
Sembra complicato, ma non lo è. Si tratta di un lavoro che abbiamo già iniziato informalmente qualche tempo fa, e che è ora il momento di riprendere e approfondire con un articolo dedicato. Gli scopi che ci prefiggiamo sono:
- individuare i segnali che indicano la presenza di propaganda sionista (“Hasbara”)
- disassemblare gli elementi della propaganda
- rimontarli in senso inverso e usarli per ricoprire il mittente di una congrua quantità di vergogna.
Perché è importante? Perché questa propaganda è l’ordigno più potente in mano al Governo israeliano, capace di mietere potenzialmente miliardi di vittime, e costituisce in senso stretto un’arma di distrazione di massa che distoglie l’attenzione dall’incontenibile gravità dei crimini commessi per focalizzarla, con argomenti costruiti ad hoc, su aspetti marginali. Se anche le affermazioni proposte fossero in sé corrette, si tratterebbe comunque di un’attività esecrabile nei suoi scopi; ma in più molte di quelle che vengono proposte sono palesi menzogne, che è necessario saper riconoscere e controbattere.
Primo argomento: i palestinesi non esistono. Riuscire a convincerti di questo è il sogno segreto della propaganda sionista, il culmine delle sue aspirazioni. Visto che si tratta di un obiettivo oggettivamente difficile, la rigirano in modi un po’ diversi, ad esempio: i palestinesi non esistono in quanto popolo. Sfogliando i libri di storia troverai i cananei, i fenici, i persiani, gli arabi, i turchi… ma non i palestinesi. Non troverai un regno palestinese, un re palestinese, una moneta palestinese. Quelli che oggi si fanno chiamare palestinesi sono arabi, egiziani o siriani immigrati alla rinfusa in tempi recenti. Qualunque rivendicazione da parte loro di indipendenza, di autonomia o di unità è infondato.
Ora, uno dei segnali più evidenti di propaganda sionista è il fatto che i palestinesi vengano identificati genericamente come “arabi”: arabi con il vezzo di farsi chiamare “palestinesi”, giusto per darsi un tono. Questo è il primo passo verso la cancellazione dell’identità palestinese: se sono arabi, vuol dire che vengono dall’Arabia, e quindi non essendo autoctoni, non possono rivendicare alcun diritto sulla terra in cui vivono.
Si dà il caso però che le attuali conoscenze di genetica ci permettano di ricostruire in modo piuttosto preciso la storia passata delle varie popolazioni del mondo. Uno studio del 2020 mostra che gli attuali abitanti della Palestina discendono in maniera diretta proprio dalle popolazioni cananee che fin dall’età del bronzo occupavano la regione, facendo degli odierni palestinesi un popolo particolarmente fedele alla propria terra. Ovviamente sul piano culturale vi sono state nei secoli moltissime trasformazioni, e in particolare la conquista del territorio da parte dei califfi arabi che nel medioevo portò con sé la diffusione della religione islamica e della lingua araba.
Premesso che dal punto di vista del Diritto Internazionale le questioni genetiche contano assai poco, è evidente che gli ebrei sulla base della loro storia non possono certamente vantare sui territori della Palestina più diritti di quanti non ne spettino ai palestinesi.
Gli altri argomenti presentati sopra possono sembrare particolarmente inconsistenti, ma è invece molto utile approfondirli. Una volta assodato che il popolo palestinese ha occupato effettivamente il territorio della Palestina per diverse migliaia di anni, sviluppando come qualunque altro popolo la propria cultura, le proprie tradizioni, espressioni artistiche e così via, se ciò nonostante non è rimasta nella storia una traccia particolarmente marcata di sovrani, condottieri, capi religiosi o simili, che cosa possiamo concludere? Da un lato possiamo concludere che si tratta di un popolo particolarmente mite e pacifico, che ha portato avanti per secoli le proprie attività essenziali (pastorizia, pesca, agricoltura) senza sollevare polveroni e senza suscitare clamore. Dall’altro possiamo osservare che effettivamente questo popolo ha subito per secoli la dominazione di altri popoli più bellicosi: assiri, babilonesi, persiani, romani, arabi, turchi, inglesi, e ora gli israeliani. Se volessimo sostenere che i palestinesi, non avendo mai costituito uno Stato nazionale, non lo meritano neanche per il futuro, dovremmo pensare alla situazione dell’Italia nella prima metà dell’Ottocento, quando dopo secoli di divisioni e di dominazioni straniere si era fatta strada l’idea di un’unità nazionale. È forse corretto concludere che era un’idea infondata e senza prospettive, allo stesso modo dell’odierna idea di uno Stato palestinese? Al contrario è necessario trarre la conclusione esattamente opposta: dal momento che il popolo palestinese non ha mai avuto la possibilità di amministrare, per una serie di circostanze storiche, un proprio Stato indipendente, è venuto oggi finalmente il momento di garantirgli tale diritto.
In sintesi: il popolo palestinese ha abitato la Palestina da migliaia di anni durante i quali ha subito la dominazione di diverse potenze straniere. Oggi nessuno ha titolo ad opporsi al suo diritto di autodeterminazione.
Secondo argomento: il potere politico palestinese è in questo momento debole e frammentato, quindi se anche in linea di principio fosse giusto concedere l’indipendenza, non riuscirebbero in alcun modo ad organizzare uno Stato palestinese, e se anche ci riuscissero sarebbe comunque in mano a gruppi estremisti.
Che il potere politico sia debole e frammentato è evidente, ma è altrettanto evidente che ciò avviene per una deliberata e sistematica strategia israeliana, che consiste in primo luogo nel frammentare il territorio e lacerare il tessuto sociale del popolo palestinese, e in secondo luogo nell’incentivare, anche finanziariamente, la separazione politica. Se non si può forse sostenere che Hamas, organizzazione politica e militare islamista di orientamento radicale, sia figlio di Israele, è però fondato affermare che le autorità israeliane ne hanno facilitato la nascita e ne hanno incentivato la crescita, finanziandolo economicamente, affinché rappresentasse agli occhi dei palestinesi una valida alternativa a Fatah, organizzazione laica e moderata che aveva ottenuto a lungo la maggioranza dei consensi. Questa strategia, confermata da molte dichiarazioni dei leader israeliani, ottenne un clamoroso successo con la vittoria elettorale di Hamas alle elezioni del 2006, evento che provocò forti lacerazioni tra le diverse fazioni palestinesi e contribuì enormemente ad indebolirle.
Si è già mostrato al punto precedente come il popolo palestinese sia nel suo complesso mite e pacifico; il Governo israeliano ha deliberatamente foraggiato e incoraggiato le frange più estremiste per poter presentare poi all’opinione pubblica l’equivalenza palestinese <=> membro di Hamas <=> terrorista. Oggi lo sterminio della popolazione di Gaza viene giustificato proprio in base a questo principio, che rappresenta dunque un pilastro centrale della Hasbara.
Questo argomento pertanto si ritorce contro chi lo usa non solamente agli occhi del “mondo esterno”, ma anche agli occhi degli stessi israeliani, che vedono le trame del proprio governo dietro al potere del loro principale nemico.
In sintesi: la violenza coloniale israeliana ha frammentato e indebolito il popolo palestinese. È necessario che la comunità internazionale si adoperi affinché sia ripristinata la continuità territoriale e terminino le ingerenze israeliane nei confronti della vita politica palestinese.
Terzo argomento: i rifugiati palestinesi, che tutti continuano a chiamare “rifugiati” anche a più di settant’anni dalla Nakba, vivono come parassiti alle spalle del mondo intero tramite le varie agenzie e organizzazioni umanitarie che li assistono, quando tutti gli altri rifugiati del mondo in breve tempo si sono perfettamente integrati nell’ambiente in cui si sono trovati a vivere e da tempo hanno smesso di avanzare pretese circa il loro ritorno.
Quando sento questo argomento mi viene in mente un’espressione popolare un po’ colorita: il bue che dà del cornuto all’asino. Proprio i discendenti di quegli ebrei che duemila anni fa furono costretti a lasciare la loro terra e che ora alimentano il sionismo dovrebbero capire che ci possono essere molti motivi per cui una popolazione “rifugiata” non può o non vuole integrarsi in un tessuto sociale straniero. Dopo duemila anni alcuni ebrei non si sentivano ancora a casa nel paese dove vivevano, e hanno perseguito l’obiettivo di ritornare nella loro terra d’origine. Non stiamo qui a discutere se i loro motivi fossero buoni oppure no, ma diciamo che se un altro popolo dopo settant’anni nutre lo stesso desiderio, non lo si può liquidare così facilmente. Inoltre proprio il fatto che i rifugiati non si arrendano e continuino ad attendere la possibilità di un ritorno mostra quanto siano legati alla loro terra d’origine, rafforzando le motivazioni per rifiutare l’argomento iniziale.
In sintesi: il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare nella loro terra è riconosciuto dall’intera comunità internazionale, e il fatto che ciò non sia ancora avvenuto è da addebitarsi interamente alla strenua opposizione israeliana.
Quarto argomento: i musulmani sono malvagi. Anche questo viene spesso declinato in modalità più presentabili. Ad esempio: gli Stati a maggioranza musulmana sono violenti, non democratici, negano molti diritti alle donne e agli omosessuali. Più in generale, la gente sa che può scherzare e raccontare barzellette sugli ebrei, ma nessuno scherza o racconta barzellette sui musulmani, perché ha paura di ritorsioni violente.
Questo argomento rientra nella più generale tendenza degli occidentali a considerarsi “buoni” e a considerare “cattivo” tutto ciò che è diverso da loro o esula dal loro modo di pensare. Per comprendere questo concetto, basta pensare alla quantità di film di genere western che presentano i “pellerossa” come cattivi, quando sappiamo perfettamente che erano i bianchi a ricoprire il ruolo degli sterminatori, mentre i guerrieri indigeni cercavano inutilmente di contrastare il genocidio della propria gente. Analogamente oggi c’è un’evidente tendenza a dipingere i musulmani come feroci criminali fanatici, quando la religione islamica è invece intrisa di pacifismo (uno dei significati di “Islam” è appunto “pace”), e la stragrande maggioranza della popolazione e degli intellettuali di fede islamica oggi si riconosce incondizionatamente in una visione pacifica della vita sociale.
Cercare di stilare una classifica di crudeltà dei vari popoli e relative confessioni religiose basata sul numero e sull’efferatezza delle stragi compiute sarebbe un’attività assai sterile, ma solo a titolo di esempio possiamo ricordare, oltre al genocidio dei nativi americani perpetrato da europei cristiani e di pelle bianca:
- il genocidio degli herero (nativi africani) da parte dei tedeschi (cristiani)
- il genocidio degli armeni (cristiani) da parte dei turchi (musulmani)
- il genocidio di ebrei, rom e sinti da parte dei tedeschi (protestanti) con l’appoggio degli italiani (cattolici)
- il genocidio dei bosgnacchi (musulmani) da parte dei serbi (cristiani)
- il genocidio dei tutsi (cristiani) da parte degli hutu (cristiani)
- il genocidio dei rohynga (musulmani) da parte dei birmani (buddisti)
Il genocidio dei palestinesi (musulmani) in corso oggi da parte dello “Stato-nazione ebraico” (secondo la sua stessa definizione) viene poi dagli stessi ministri israeliani ricollegato con fervore (e con un’implicita ammissione di colpevolezza) alle numerose e feroci stragi che, come narrato nella Bibbia, furono compiute nel lontano passato dal popolo ebraico.
Risulta evidente quindi che carnefici e vittime sono distribuiti in maniera piuttosto variegata tra le varie confessioni religiose, e che non c’è una particolare religione che rende più “buoni” o più “cattivi”, ma il corso della storia è guidato soprattutto da motivazioni politiche ed economiche che con la religione hanno poco a che fare.
L’argomento della barzelletta, quindi, non mostra quanto siano crudeli i musulmani, ma piuttosto quanto siano radicati i pregiudizi su di essi nella cultura occidentale, pregiudizi in gran parte costruiti deliberatamente dalla propaganda allo scopo di contrastare le legittime proteste del mondo arabo contro le ingerenze occidentali.
Quello che non è un pregiudizio, ma un fatto che qualunque giornalista oggi potrebbe confermare, è invece l’effetto provocato sulla maggior parte della stampa, in particolare quella dei Paesi occidentali, dalla paura di scrivere qualcosa contro Israele. I giornalisti si sentono liberi di scrivere più o meno quello che vogliono su qualunque argomento, ma quando si tratta di ciò che fa Israele in Palestina molti di essi sembrano paralizzati dalla paura di inimicarsi una potenza priva di scrupoli.
Ancora due parole sul rispetto dei diritti delle persone omosessuali. Si tratta ancora una volta di un problema che non riguarda peculiarmente l’Islam, dal momento che coinvolge molte altre confessioni religiose. Il cattolicesimo, ad esempio, considera l’omosessualità un peccato e discrimina le persone omosessuali. Fino a non molto tempo fa in ambito cristiano i pregiudizi sociali contro l’omosessualità potevano portare a conseguenze tragiche: si pensi al destino di personalità eminenti come Čajkovskij e Turing, morti prematuramente proprio a causa di essi.
Ma anche nell’ebraismo le cose non vanno meglio. Gli ebrei ortodossi, in particolare, sulla base delle Scritture considerano l’omosessualità niente meno che un “abominio”. Quello che la propaganda usa per attaccare i musulmani è un esempio tipico di argomento costruito ad hoc: da qualche anno il Governo israeliano ha sviluppato, con il dissenso dei più conservatori, una politica “gay friendly” mirata primariamente a distinguersi dai musulmani per poterli criticare e bollare come “retrogradi”.
In sintesi: prima di dire a qualcuno che è cattivo, bisognerebbe guardarsi allo specchio e chiedersi come ci vedono gli altri, e perché.
Anche se ovviamente ci sarebbe ancora dell’altro, per ora può bastare. Invito i miei lettori a segnalare nella sezione dei commenti altri temi che necessitano attenzione, in modo da poter integrare.
Per concludere, ricordo che lo Stato di Israele ha molti motivi per presentare le cose in un modo diverso da come sono, come pure gli stati occidentali che con Israele fanno affari quotidianamente. Il Governo israeliano investe enormi quantità di denaro nella propaganda, e chi la diffonde ha le spalle ben coperte. Anche se non partecipano in maniera diretta alla carneficina, costoro non hanno meno responsabilità morali di quelli che premono il grilletto per uccidere deliberatamente bambini indifesi.
E invece chi si adopera per contrastare e smascherare queste fandonie su che cosa può fare affidamento? Purtroppo i suoi principali alleati, che sono il Diritto Internazionale e la verità, oggi come oggi sono messi piuttosto male, e sono sul punto di soccombere definitivamente. Quindi non chiederti che cosa possono fare loro per la tua causa, ma che cosa puoi fare tu per la loro.
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