Vi diedi una terra che non avete coltivato
e abitate in città che non avete costruito
e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti
che non avete piantato.
Giosuè 24, 13

- Colonialismo e instabilità
- Estremismo e terrorismo
- Ostilità e alleanze
Ecco una nuova puntata di contropropaganda sionista, questa volta incentrata su alcuni eventi accaduti nella prima metà del secolo scorso che la storiografia ufficiale tende a eclissare, fallendo nel suo scopo primario di spiegare in modo adeguato il presente. A questo fine, sarà particolarmente utile ricorrere alle dichiarazioni candidamente rilasciate dai sionisti stessi, a partire da quelle di David Ben Gurion, cioè colui che più di tutti contribuì a fondare lo Stato di Israele e di cui divenne da subito primo ministro. Grazie alla gran mole di documenti che ci ha lasciato (diari, lettere, saggi, discorsi pubblici) è possibile infatti svelare i retroscena di quello che fu il momento storico chiave per la crisi mediorientale.
1. Colonialismo e instabilità
In principio, come spesso capita, era il denaro. Nel 1901 il quinto congresso dei sionisti (il cui obiettivo ideale, lo ricordiamo, era colonizzare la Palestina stabilendovi uno Stato ebraico etnicamente puro) istituì il Fondo Nazionale Ebraico (JNF) per finanziare l’acquisto di terreni in Palestina, e a tal fine organizzò una colletta tra gli ebrei di tutto il mondo. I proprietari dei terreni palestinesi, molti dei quali neppure vivevano in Palestina, furono ben contenti di trovare nel JNF un acquirente disposto a pagare cifre esorbitanti per alcuni dei loro possedimenti; un po’ meno contenti furono i contadini che su quelle terre vivevano e lavoravano, perché i coloni ruppero la secolare consuetudine di lasciare al loro posto i fittavoli ad ogni cambio di proprietà, scacciandoli per sostituirli con la popolazione ebrea immigrata.
Il progressivo aumento di insediamenti ebraici portò quindi ad un impoverimento della popolazione rurale palestinese, e a poco a poco creò le basi per una instabilità sociale. Già nel 1909 le colonie ebraiche sentirono la necessità di istituire, per garantire la propria sicurezza, dei gruppi armati di cui gli ebrei già residenti da secoli in Palestina avevano sempre fatto a meno; da questi gruppi si sviluppò negli anni ’20 un’organizzazione paramilitare clandestina chiamata Haganah, non riconosciuta ufficialmente dall’amministrazione britannica, ma di fatto tollerata. Al suo compito di difesa, l’Haganah affiancò presto attività come l’eliminazione fisica degli oppositori del sionismo e la facilitazione dell’immigrazione clandestina.
2. Estremismo e terrorismo
Dall’Haganah si scisse, nel 1937, una fronda estremista che diede origine ad un nuovo gruppo: l’Irgun. I suoi membri accusavano l’Haganah di eccessiva moderazione, e si impegnarono in azioni apertamente terroristiche non solo contro obiettivi arabi, ma anche britannici, arrivando ad estendere la propria attività omicida fino in Europa. Nel 1940 dall’Irgun si staccò una frangia ancora più estremista: il Lehi, comunemente noto come banda Stern. Questa organizzazione non solo vedeva negli inglesi il più grande ostacolo alla realizzazione di uno Stato ebraico, ma considerava addirittura preferibile una collaborazione con la Germania (meritevole di spingere con le sue persecuzioni gli ebrei tedeschi ad emigrare verso la Palestina) piuttosto che con i britannici. Un rappresentante della Banda Stern, Naftali Lubenchik, nel 1940 ebbe contatti con i nazisti e dichiarò:
Comuni interessi potrebbero esistere fra l’insediamento di un nuovo ordine in Europa in conformità con le concezioni della Germania, e le reali aspirazioni nazionali del popolo ebraico.
Tra i comandanti dell’Irgun troviamo il nome di Menachem Begin, e tra i fondatori della Banda Stern quello di Yitzhak Shamir. Entrambi in seguito ricoprirono la carica di Primo Ministro dello Stato di Israele. Dopo la fondazione di Israele, Irgun e Haganah confluirono nell’esercito del nuovo Stato: la Israel Defense Forces (IDF). I membri dell’Irgun costituirono anche un loro partito politico, che successivamente confluì nel Likud, il cui leader attuale, Benjamin Netanyahu, è oggi al governo assieme a forze politiche ancora più estremiste, i cui leader non hanno mai abbandonato né tantomeno rinnegato la strategia del terrorismo inaugurata il secolo precedente.
3. Ostilità e alleanze
Come si è visto, ci furono tra i sionisti alcune divergenze su quali fossero le migliori strategie da adottare per raggiungere il loro obiettivo. Non c’erano però dubbi sul fatto che l’ostacolo maggiore sulla loro strada fosse rappresentato dagli inglesi. Il Regno Unito aveva ricevuto dalla Società delle Nazioni il mandato di amministrazione sulla Palestina e disponeva di una forza militare di tutto rispetto, contro cui non era pensabile scatenare apertamente una guerra, ma si poteva solamente logorare con atti di terrorismo. Gli inglesi avevano preso impegni sia con gli arabi (a cui avevano chiesto appoggio durante la Grande Guerra contro l’Impero Ottomano, in cambio di territori) sia con i sionisti, ai quali avevano promesso la creazione di una “casa nazionale” in Palestina. Da un lato essi potevano essere utili alla causa sionista per contenere le proteste arabe, e avevano già mostrato una marcata tendenza a favorire le esigenze dei coloni rispetto a quelle dei nativi. Dall’altro non potevano assecondare in pieno le pretese sioniste, e la brutale ostilità esibita dall’Irgun aveva irrigidito le loro posizioni. Poiché il mandato sulla Palestina avrebbe comunque avuto un termine prima o poi, prevalse tra i sionisti la scelta di preparare al meglio il necessario per la creazione del nuovo Stato ebraico attendendo l’occasione più adatta per passare ai fatti. Nelle parole di Ben Gurion (1937):
Gli arabi se ne devono andare. Ma c’è bisogno del momento opportuno affinché ciò accada. Qualcosa come una guerra.
Se una guerra contro gli inglesi era fuori discussione, non poteva essere invece esclusa una guerra contro gli Stati arabi confinanti, i quali rappresentavano il secondo problema in ordine di priorità. La soluzione in questo caso fu scendere a compromessi: una lunga trattativa fu condotta dai sionisti con il re della Giordania, la quale era tra tutti lo Stato militarmente più forte, al fine di renderlo più malleabile. In questo modo la possibilità di entrare in guerra con gli Stati confinanti da grave pericolo si trasformò in un’imperdibile opportunità, secondo l’auspicio di Ben Gurion. A tal fine, i sionisti rinforzarono le proprie milizie acquistando dall’Europa armi di contrabbando, tra cui anche aerei da caccia. Il risultato fu che, allo scoppio della guerra arabo-israeliana del 1948, l’esercito Giordano restò ai margini degli eventi e si limitò di fatto ad occupare l’area che oggi chiamiamo Cisgiordania, sottraendola (temporaneamente) all’espansione israeliana, mentre gli altri fronti erano del tutto sotto controllo, come conferma ancora Ben Gurion in una lettera ad un suo collaboratore:
Se riceveremo in tempo le armi […] saremo in grado non solo di difenderci, ma anche di infliggere colpi mortali ai siriani e conquistare l’intera Palestina. Possiamo affrontare tutte le forze arabe. Non è una fede mistica, ma un calcolo freddo e razionale basato su un’analisi empirica.
In ultima posizione si colloca la popolazione palestinese. Essa era un problema solo nella misura in cui gli scopi sionisti richiedevano necessariamente che abbandonasse la propria terra in favore dei coloni. I palestinesi non disponevano né di un esercito ufficiale né di milizie addestrate o di armamenti all’altezza di competere con le agguerrite forze sioniste. La durissima repressione avvenuta tra il 1936 e il 1939 contro la rivolta araba da parte delle truppe inglesi (affiancate dall’Haganah) aveva portato alla morte o all’espulsione dei membri più attivi della popolazione e al sequestro delle poche armi disponibili. I palestinesi, all’alba della nascita dello Stato di Israele, erano talmente lontani dall’idea di combattere che per i sionisti si pose il problema opposto a quello atteso: essi non rispondevano abbastanza energicamente alle provocazioni, vanificando la strategia secondo cui una risposta violenta da parte dei palestinesi avrebbe giustificato il ricorso alla forza per allontanarli dai confini del nuovo Stato ebraico. Un deluso Ben Gurion nel 1948 affermava:
Credo che la gran massa dei palestinesi accetti la spartizione come fatto compiuto. La maggioranza assoluta di loro non vuole combattere contro di noi.
Nello stesso tempo però presso l’opinione pubblica descriveva i palestinesi come nazisti antisemiti intenzionati a scatenare un secondo olocausto contro i coloni ebrei, in modo da preparare il terreno per l’azione di pulizia etnica necessaria per realizzare l’aspirazione sionista.
In sintesi: i messaggi trasmessi insistentemente dalla propaganda sionista sono del tutto falsi e infondati: i palestinesi non nutrono un odio secolare verso gli ebrei e non hanno il terrorismo nel loro DNA; Israele non rischiò di essere cancellato dall’aggressione militare degli Stati arabi, ma anzi la auspicò e oculatamente ne prevenne le conseguenze più gravi, approfittandone come occasione per realizzare il suo piano di pulizia etnica ed estendersi al di fuori dei confini tracciati dalle Nazioni Unite. Lo Stato di Israele è democratico solo sulla carta: esso è nelle mani di estremisti che fanno della violenza e della sopraffazione il loro credo, in continuità con il più efferato terrorismo sionista del secolo scorso.
Nella seconda parte della serie:
- Di male in peggio
- Uno Stato o due Stati?
- Benzina sul fuoco



