Impresa di pulizia (seconda parte)

In questo articolo:

  • Di male in peggio
  • Uno Stato o due Stati?
  • Benzina sul fuoco

Leggi la prima parte

In questa seconda parte ripercorriamo la storia che prelude all’impresa di pulizia etnica sionista privilegiando il punto di vista palestinese.

Di male in peggio

Già alla fine dell’Ottocento i palestinesi, che vivevano da quasi quattrocento anni sotto la dominazione ottomana, avevano espresso l’auspicio di poter esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Finita la Prima Guerra Mondiale i palestinesi chiesero formalmente l’indipendenza, che fu rifiutata. Il mandato britannico assegnato sulla Palestina nel 1922 sembrava tuttavia andare nella giusta direzione, in quanto nella Convenzione della Società delle Nazioni è stabilito: “Alcune comunità precedentemente appartenenti all’Impero turco hanno raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, con la riserva di ottenere consulenza e assistenza amministrativa da parte di un Paese Mandatario, fino a quando non saranno in grado di stare in piedi da sole […] Devono essere tenuti soprattutto in considerazione i desideri di queste comunità […] Deve essere applicato il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli costituiscono un impegno sacro di civiltà”. Il mandato britannico sulla Palestina prevedeva però esplicitamente: “Il Mandatario sarà responsabile di porre il Paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da garantire la creazione di una patria nazionale ebraica”.

Prima ancora dell’inizio del Mandato, nel 1919 Winston Churchill, all’epoca membro del Parlamento inglese, con queste parole esprimeva il sentire comune dei sionisti e l’atteggiamento degli inglesi nei loro confronti:

Vi sono ebrei che noi siamo impegnati a far entrare in Palestina e che considerano scontato che la popolazione debba andarsene.

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