Crocifisso d’ordinanza

Et postquam venerunt in locum, qui vocatur Calvariae, ibi crucifixerunt eum et latrones, unum a dextris et alterum a sinistris.

In Lombardia, regione notoriamente asservita a CL, i politici sono in media ancora più genuflessi del normale. Il Trota in persona, esimio rappresentante di tale devotissima classe dirigente, un anno fa ha depositato presso la commissione cultura del Consiglio Regionale una proposta di legge che prevede che in ogni ufficio della Regione sia presente un Crocifisso. Incidentalmente nel novembre del 2011 la legge è stata anche approvata ed entrerà in vigore sei mesi dopo, nell’aprile 2012. A decorrere da quel momento ogni inadempienza verrà sanzionata con un’ammenda fino a 1.200 euro.

Già prima che la proposta diventasse legge, tra i membri dell’Ufficio di Presidenza, assessori e consiglieri regionali più zelanti era scattata una competizione per conquistare uno dei due posti d’onore a fianco del Crocifisso, competizione che in questi giorni sta entrando nel vivo di una avvincente fase finale.

Per poter ammirare in anteprima i nuovi pregevoli addobbi che ritroveremo negli uffici regionali lombardi, Bue punto zero offre gratuitamente ai suoi lettori la possibilità di scaricare un modello (in formato PNG) dotato di due finestrelle trasparenti in cui inserire, utilizzando un software grafico adatto, le effigi di due malfattori lombardi a scelta nella grande moltitudine disponibile.

A titolo di esempio, potete contemplare la seguente composizione, che onora due cittadini e politici lombardi particolarmente illustri.

Crocifisso con ladroni

Clicca per scaricare il file modello-crocifisso-ladroni-regione-lombardia.png

Messaggio promozionale

Genuflex compresse, raccomandato dalla Conferenza Episcopale Italiana

Out & outing

Palazzo Lombardia, nuova sede della Regione

Oggi ricorre un mese dal giorno della liberazione di Palazzo Chigi dal priapismo, ma in quella stessa sera del 12 novembre 2011 un altro evento memorabile ha avuto come protagonista un personaggio politico di indiscusso rilievo: Roberto Formigoni. L’attuale Governatore del principale feudo di CL, di cui il nostro è esponente di spicco, eletto per la quarta volta consecutiva nonostante la legge vieti la rielezione dopo due mandati consecutivi, è quello che ha distrutto un bosco nel cuore di Milano, bene inalienabile del Comune, per fare spazio ad un grattacielo, il più alto d’Italia, nel quale dislocare i propri uffici, e che avendo preso molto sul serio la storia della torre di Babele ha precauzionalmente collocato sulla sua sommità una copia della statua della Madonnina benedetta dal cardinal Tettamanzi in persona; è quello che ha fatto eleggere come consigliere l’igienista mentale del Cavaliere grazie a centinaia di firme false; uomo pio al limite dell’integralismo, è tra i firmatari di una lettera aperta rivolta ai cattolici italiani per chiedere loro di sospendere ogni giudizio morale nei confronti dell’onorevole Silvio Berlusconi, a processo a Milano per concussione e prostituzione minorile nell’ambito di ricevimenti il cui appellativo (costituito da un’anafora, o meglio reduplicazione, forse onomatopeica) prima di entrare nel lessico comune come sinonimo di sobri dopocena in morigerata compagnia, era usato per designare violenza anale di gruppo.

Il nome di Formigoni era apparso in una lista di presunti cripto-omosessuali omofobi, della quale  a suo tempo Bue punto zero si era occupato, criticandone l’impostazione e soprattutto l’assenza di prove. Il commento del Governatore a proposito di tale lista era stato pacato: “Fantasie malate di personaggi inqualificabili, non perdete tempo a seguire queste sciocchezze estreme”

Un po’ meno pacato è apparso il gesto che Formigoni ha rivolto nella memorabile serata del 12 novembre ad alcuni contestatori: un pugno chiuso con il dito medio proteso verso l’alto dei cieli. Potrebbe sembrare un gesto osceno e volgare, ma essendo Formigoni un fervente cattolico, il suo gesto deve essere contestualizzato. E il contesto naturalmente non può che essere quello dei dettami evangelici, che il Governatore è chiamato dalla propria coscienza a rispettare scrupolosamente. Egli non si produrrebbe mai, specie in pubblico, in una violazione del comandamento che impone ai fedeli di amare i loro nemici, fare  del bene a coloro che li odiano e benedire coloro che li maledicono, e questa considerazione lascia intuire che il gesto che molti potrebbero considerare offensivo, per il suo autore sia al contrario da intendersi come un gesto di amorevole benedizione. Ma soprattutto Formigoni non può dimenticare, neanche per un attimo, neppure quando invita qualcuno a sottoporsi ad un atto di sodomia, di essere chiamato a fare agli altri ciò che vorrebbe che gli altri facessero a lui.

Sarebbe bastato attendere un paio di mesi e la prova mancante sarebbe stata fornita, con l’eleganza e la classe che lo contraddistinguono, dal Governatore in persona.

Patente di Giuda

Come potete vedere, Bue punto zero mantiene ciò che promette.

Premesso che la figura di Giuda può essere oggetto di diverse interpretazioni, in questo contesto vogliamo assegnarle un significato ben definito e delimitato: non quello più popolare, ma poco pregnante, di traditore; l’Iscariota è stato scelto come emblema di una persona esecrabile che compie una singola azione utile e meritoria, foriera di conseguenze dalla portata storica, senza che questo la redima, ma anzi la renda ancora più esecrabile.

Patente di Giuda

L’attestazione di questa qualifica è riservata a coloro che, dopo una vita di incondizionato sostegno al cavaliere Silvio Berlusconi e ai suoi governi, un attimo prima del probabile tracollo lo hanno abbandonato, accelerando così il tracollo stesso.

A costoro non va la nostra gratitudine, ma il più viscerale disprezzo.

Gabriella Carlucci: patente di Giuda

Dovrebbe dimettersi

Alla fine il coro unanime di coloro che chiedevano con urgenza alle gerarchie ecclesiastiche di prendere posizione nei confronti delle molteplici e bizzarre illazioni circa la vita privata del Premier ha ottenuto una risposta. Un cardinale, il cui nome per rispetto nei suoi confronti non riporterò per esteso, ma mi limiterò ad identificarlo con l’iniziale, ha inserito in un suo discorso ufficiale dei riferimenti impliciti, ma piuttosto mirati, all’argomento. Lo ha fatto inevitabilmente in maniera impacciata, cercando come si suol dire di assestare ora un colpo al cerchio e ora uno alla botte, senza sbilanciarsi troppo né da una parte né dall’altra. Il suo imbarazzo è comprensibile, e denota ancora una volta quello iato, direi quasi lo scollamento, che da secoli esiste nel mondo cattolico tra la teoria e la prassi.

Che l’attuale Governo [Berlusconi IV, NdR], dal punto di vista della Chiesa, sia nella storia d’Italia uno dei più aderenti ai principi evangelici fondamentali è evidente, e infatti sinora gli alti prelati non gli hanno fatto mancare il loro appoggio pressoché incondizionato. Chi non lo riconosce, probabilmente confonde la retta dottrina con un generico buonismo, figlio del sincretismo o peggio ancora di un indifferentismo che porta molti a considerare interscambiabili tutte le fedi, a patto di comportarsi in modo onesto.

Ma il Cristianesimo ha la sua cifra distintiva in passi come questo: “Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5, 39-42).

Uno statista devoto non potrà che declinare questi insegnamenti nell’ambito politico-sociale e instillarli nella sua azione di governo. Chi è, socialmente parlando, il malvagio? Chi è che porta via la tunica al prossimo, o che costringe altri a faticare più del dovuto? Si tratta senza ombra di dubbio dell’evasore fiscale. La parola d’ordine quindi è: piena libertà di evasione, soprattutto per i più “malvagi”, cioè i più ricchi. Il Premier poi non manca di applicare in prima persona il precetto della generosità incondizionata, riversando abbondantemente il denaro risparmiato sugli indigenti che gli chiedono aiuti finanziari.

Il riferimento evangelico più importante, però, il vero faro del Governo, è un altro: la celebre parabola della zizzania: “Un uomo ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Matteo 13, 24-30). Il significato della parabola è oltremodo chiaro: i figli del maligno (la zizzania) devono essere lasciati delinquere in pace. Inutile, anzi controproducente, perdere tempo a perseguire e processare i criminali. Ne discendono iniziative come limitazione o blocco delle intercettazioni, processo lungo, prescrizione breve e molte altre. D’altra parte Gesù Cristo ha detto anche: “Non giudicate, per non essere giudicati” (Matteo 7, 1). Chi si oppone a questo insegnamento più di colui che giudica gli altri per professione? Per questo il giudice è l’Anticristo per eccellenza.

Il cardinal B., però, in questi giorni si è guardato bene dal mettere in evidenza i meriti del Governo. Ha invece condannato in maniera netta l’evasione fiscale (un “cancro sociale”) e lanciato vaghe rampogne verso il “deterioramento del costume”, “comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui”, “stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”, giustificando poi così la sua digressione, quasi a volersi scusare: “Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti.”

Ma ancora una volta i comportamenti del Premier sono improntati ad una attenta ed umile lettura della Bibbia. Essa abbonda di riferimenti a prostitute e ad atti di prostituzione. Che male c’è dunque se egli si riempie la casa di meretrici e, inscenata una vera e propria sacra rappresentazione, immedesimandosi pienamente nel Cristo le perdona, le benedice e le congeda con un solenne: “Va’, e non peccare più”?

Purtroppo B., per il suo ruolo di Cardinale, non può limitarsi al Vangelo, ma deve rispettare una prassi morale che di evangelico ha ben poco, essendo stata stabilita secoli dopo da un pugno di Padri della Chiesa frustrati e sessuofobici. La Chiesa intesa come popolo di fedeli da tempo lo ha capito, e di fatto se ne infischia dei vari precetti relativi alla sessualità, ma le gerarchie stentano ancora a distaccarsi dalla Tradizione, considerandola sostanzialmente immutabile. E quindi se un uomo sposato divorzia e trova una nuova fidanzata, pur con l’accortezza di mantenere lontana dai riflettori la sua relazione per non dare motivo di scandalo ai benpensanti ipocriti, automaticamente scatta impietosa la gogna: peccato di fornicazione.

È comprensibile l’imbarazzo del Cardinale. Ma in una situazione come questa la cosa poteva essere gestita certamente meglio. Piuttosto sarebbe stato preferibile il silenzio. Insomma, B. dovrebbe dimettersi.