Fette boicottate

Non so voi, ma ci sono alcune cose che, lette o ascoltate al mattino mentre faccio colazione, mi fanno andare storta tutta la giornata.

“Lo Stato di Israele avrà anche qualche difetto, ma è pur sempre nostro amico e combatte per i nostri valori”. Per favore, andiamoci piano con le generalizzazioni. Può certamente essere che il Governo fascio-lobby-razzista che in questo momento è al potere in Italia sia amico di Israele: in effetti i due Stati hanno appena rinnovato un accordo di collaborazione militare, per cui quei soldati che mentre commettono orribili crimini di guerra si riprendono col cellulare per poi aggiungere in sottofondo ai filmati musichette allegre e pubblicare il risultato sui loro canali social potranno continuare a farlo con il supporto delle nostre tasse. Ne beneficeranno anche i civili, almeno quelli più abbienti, che possono permettersi il lusso di partecipare a viaggi organizzati sulle alture attorno alla Striscia di Gaza o in barca al largo della costa per assistere di persona ai bombardamenti, quasi come se partecipassero ad un safari nella savana. Forse i nostri soldi verranno usati anche per potenziare i centri di distribuzione di generi alimentari attorno a cui i palestinesi, ridotti alla fame, si accalcano nella speranza di poter tirare avanti ancora qualche altro giorno, per poi scoprire, dopo aver ricevuto pallottole invece di cibo, che si tratta di trappole simili a quelle che potrebbero essere usate per liberarsi da un’infestazione di topi o di scarafaggi. Quindi, dicevo, può anche essere e non mi stupisce che il nostro Governo sia amico di questa gente e ne condivida i valori. Però non mettetemi in mezzo, io non nutro questo genere di amicizie.

“Israele è l’unica democrazia del Medioriente”. Ovvero in altre parole (e con un richiamo al punto precedente): “Gli stati occidentali democratici hanno Israele come unico baluardo in Medioriente”. Senza affrontare discorsi troppo generali sul concetto di “democrazia”, mi limiterei a guardare a due delle più grandi democrazie del pianeta: gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa. Non mi pare che chi esprime posizioni contrarie ai rispettivi Presidenti in quelle due nazioni sia messo molto meglio rispetto a chi vive nelle non-democrazie mediorientali. Come paragone, prendiamo il nemico numero uno: l’Iran. Qui gli organi istituzionali sono eletti dal popolo a suffragio universale (ovvero, votano anche le donne: l’avreste detto?); queste istituzioni sono però controllate e giudicate da organi non elettivi, che operano sulla base dei principi dell’Islam. Quindi semplicemente le lobby che in altri Stati lavorano nell’ombra, qui operano alla luce del sole. Se mettiamo dentro anche l’Italia, come non ricordare l’interferenza che il Vaticano ha sempre esercitato, sulla base di principi religiosi, sull’avanzamento dei più elementari diritti di autodeterminazione dei cittadini, come quello del fine vita? Tutto questo per arrivare a dire: non è che basta che uno stato sia classificabile come “democratico” per mettere a posto tutti i problemi, anche perché la democrazia dello Stato di Israele è una democrazia “zoppa”, con leggi che discriminano apertamente la popolazione in base all’etnia. Ma il punto in realtà non è neanche questo. Il punto è che i crimini di uno stato autocratico pesano in massima parte sulle spalle del suo dittatore, mentre i crimini del Governo di uno stato democratico pesano sulle spalle di tutti i cittadini che lo hanno eletto, moltiplicandone a dismisura l’ignominia. Forse è per questo che alcuni israeliani, ritenendo l’attuale esecutivo troppo tenero con i palestinesi e troppo intransigente con gli ebrei, auspicano un ritorno alla monarchia assoluta senza elezioni e senza organi di controllo. Quindi, tutto sommato, forse sarebbe più saggio tacere su questo punto.

“Sostenere le rivendicazioni palestinesi significa avallare il terrorismo”. Tipicamente quando sono in atto dei conflitti, le parti in causa, o almeno alcune frange di esse, ricorrono alla violenza. Riconoscere le ragioni dell’una o dell’altra parte non significa necessariamente identificarsi in ciascuna delle sue azioni. A meno di non raggiungere una posizione perfettamente neutrale (impresa che mi pare il più delle volte impossibile) si dovrà necessariamente propendere da una parte o dall’altra: delle due parti, quella definita “terrorista” è semplicemente quella che non dispone di un esercito e di avanzati mezzi da combattimento, e che ha quindi in effetti possibilità molto più limitate dell’altra di seminare il terrore nelle file avversarie. Quando il movimento sionista ha iniziato a mettere in pratica il suo progetto, si trovava esattamente in questa situazione, per cui ha fatto volentieri ricorso a metodi terroristici. Ora che dispone di un esercito potentissimo e del supporto di buona parte dell’occidente, i “terroristi” sono gli altri, ma la sostanza non è cambiata.

“Mai una parola sulle persone che sono state rapite”. No, questa volta ha ragione: parliamone. Parliamo di civili, inclusi bambini, privati arbitrariamente della loro libertà personale, trascinati con la forza in un territorio straniero, rinchiusi in luoghi angusti, sottoposti a maltrattamenti e abusi senza la possibilità di esercitare alcuno dei diritti normalmente concessi ad un detenuto, in violazione esplicita e conclamata delle norme internazionali. Parliamo di migliaia di casi ogni anno, forse un milione negli ultimi sessant’anni. Come dici, ti basta così, non vuoi più parlarne?

“Quelli che ce l’hanno tanto con Israele al punto di sostenere il boicottaggio dei prodotti israeliani, perché non fanno lo stesso contro tutti gli altri Paesi che non rispettano i diritti umani?”. Si vede che qui gli argomenti cominciano a scarseggiare, dal momento che sorge spontanea l’obiezione: perché se non ti va bene invece di lamentarti non sopperisci tu e ti dai un po’ da fare? In realtà però l’obiettivo di chi propone questo argomento è insinuare velatamente la risposta: “perché sono antisemiti, e ce l’hanno con gli israeliani semplicemente perché ebrei”. Senza voler minimizzare o trascurare il problema dell’antisemitismo, sta di fatto che nella maggior parte dei casi non c’entra assolutamente nulla: chi oggi sostiene le campagne contro Israele, in molti casi in passato ha sostenuto campagne per i diritti umani in molte altre parti del mondo, e magari ha anche finanziato organizzazioni internazionali che soccorrono le vittime dei conflitti ovunque si trovino. Se nel caso di Israele lo fa oggi con più forza, forse il motivo va anche cercato al punto 1: è un Paese “amico” che il mondo occidentale sostiene senza riserve, e questo rende la situazione ancora più difficile da accettare.

“Se un supermercato può decidere liberamente di non vendere prodotti israeliani, io sono libero di scegliere un altro supermercato”. Be’, che dire? You are welcome! Fa’ pure! Al punto precedente sembrava di sentire le unghie che strisciavano sullo specchio, ora invece i gusci delle uova che si rompono sotto i piedi. Per lo più le posizioni che ho riportato in questo articolo sono espresse da convinti sostenitori del liberismo, che evidentemente quando si ritorce contro loro stessi si trovano un po’ in difficoltà. Siamo in linea di principio d’accordo sul fatto che le sanzioni contro uno Stato che non rispetta i diritti umani andrebbero sancite a livello politico e applicate in maniera compatta dalla comunità internazionale; ma se questo non avviene, è non solo legittimo, ma addirittura inevitabile che siano i cittadini a farsene carico, in tutti i modi a loro disposizione. La legge del mercato indicherà alle aziende, inclusi i supermercati, quale sia la scelta giusta: se, su cento consumatori, novantanove preferiscono rifornirsi del necessario per la colazione presso un supermercato che non vende prodotti israeliani, mentre uno solo di essi preferisce andare altrove, la maggior parte dei supermercati sarà inevitabilmente portata a togliere i prodotti israeliani dagli scaffali. Non è necessario — e neppure realistico o auspicabile — mandare intere aziende in bancarotta; spesso basta una piccola flessione negli utili per far cambiare le strategie commerciali. Alla base di tutto c’è semplicemente una consapevolezza da acquisire: se nella nostra veste di cittadini di uno Stato democratico non contiamo nulla, almeno come consumatori possiamo valere qualcosa.

In un recente rapporto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite si legge:

Mentre i leader politici e i governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe aziende hanno tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e ora del genocidio. La complicità denunciata dal rapporto è solo la punta dell’iceberg; porvi fine non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti.

Il rapporto si conclude con le parole: “Ciò che accadrà da ora in poi, dipende da ciascuno” (qui il testo integrale con i nomi di tutte le aziende coinvolte).

Il Governo israeliano sa di poter agire impunemente perché ha l’appoggio dell’intero mondo occidentale. C’è una sola cosa che teme: l’impatto economico di un boicottaggio sistematico delle aziende israeliane e di tutte le multinazionali che collaborano con Israele, senza le quali l’occupazione illegale dei territori palestinesi semplicemente non sarebbe possibile. Raddrizzandomi un po’ la giornata.





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