Fuoco di paglia

Il 16 gennaio 1969, dopo che le riforme portate avanti da Alexander Dubček a favore della libertà di stampa e di espressione erano state l’anno precedente vanificate dall’invasione militare sovietica, lo studente Jan Palach si diede fuoco nella piazza principale di Praga, capitale della Cecoslovacchia. Nonostante le autorità cercassero di contenere la diffusione della notizia e le manifestazioni che ne scaturirono, diversi altri studenti e operai seguirono il suo esempio, autoimmolandosi per protesta. Così Palach riuscì a travalicare la cortina di censura e disinformazione del regime, divenendo un eroe nazionale e, per tutto il mondo, un simbolo della resistenza antisovietica, protagonista di film, documentari, canzoni, poesie.

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Impresa di pulizia (terza parte)

In questo articolo:

  • Una pianificazione minuziosa
  • L’inizio della fine
  • Un approccio sistematico
  • Il Giorno del Destino

Leggi dall’inizio (prima parte)

Nella prima e nella seconda parte di questo articolo abbiamo introdotto le premesse necessarie per comprendere come siano maturati i presupposti storici dell’impresa di pulizia etnica della Palestina ad opera dei sionisti. In questa terza parte entriamo nel vivo dell’azione.

Una pianificazione minuziosa

I sionisti avevano già dagli anni ’30 iniziato a raccogliere informazioni dettagliate sui villaggi palestinesi, come parte di un piano volto a conquistare con la forza i territori ancora non acquisiti tramite i fondi del JNF, che non era andato oltre il 6% della superficie totale. Furono ingaggiati topografi, fotografi, esperti di lingua e cultura araba per passare al vaglio ogni singolo villaggio e catalogare vie d’accesso, coltivazioni, allevamenti, risorse naturali, orientamento politico della popolazione, abitanti potenzialmente ostili. Un piccolo esercito di spie fu addestrato in segreto e inviato nei vari villaggi per prendere contatti con i rispettivi capi e raccogliere tutte le informazioni richieste.

Furono poi stilati diversi piani via via più dettagliati, informalmente identificati con le lettere dell’alfabeto. Quello definitivo fu il piano “D” (“Dalet” in ebraico) che venne rifinito fino al marzo 1948. Esso dava indicazioni su come ottenere e mantenere il controllo del territorio, e in modo conciso e asettico anticipava il destino di centinaia di migliaia di palestinesi:

Operazioni contro centri abitati nemici situati all’interno o in prossimità del nostro sistema difensivo, al fine di impedire che vengano utilizzati come basi da una forza armata attiva. Queste operazioni possono essere suddivise nelle seguenti categorie:

Distruzione di villaggi (appiccando il fuoco, facendoli saltare in aria e posizionando mine tra le macerie), in particolare di quei centri abitati difficili da controllare in modo continuativo.

Operazioni di rastrellamento e controllo secondo le seguenti linee guida: accerchiamento del villaggio e perquisizione al suo interno. In caso di resistenza, la forza armata deve essere annientata e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato.

I villaggi svuotati con le modalità sopra descritte devono essere inclusi nel sistema difensivo fisso e, se necessario, fortificati.

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Impresa di pulizia (seconda parte)

In questo articolo:

  • Di male in peggio
  • Uno Stato o due Stati?
  • Benzina sul fuoco

Leggi la prima parte

In questa seconda parte ripercorriamo la storia che prelude all’impresa di pulizia etnica sionista privilegiando il punto di vista palestinese.

Di male in peggio

Già alla fine dell’Ottocento i palestinesi, che vivevano da quasi quattrocento anni sotto la dominazione ottomana, avevano espresso l’auspicio di poter esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Finita la Prima Guerra Mondiale i palestinesi chiesero formalmente l’indipendenza, che fu rifiutata. Il mandato britannico assegnato sulla Palestina nel 1922 sembrava tuttavia andare nella giusta direzione, in quanto nella Convenzione della Società delle Nazioni è stabilito: “Alcune comunità precedentemente appartenenti all’Impero turco hanno raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, con la riserva di ottenere consulenza e assistenza amministrativa da parte di un Paese Mandatario, fino a quando non saranno in grado di stare in piedi da sole […] Devono essere tenuti soprattutto in considerazione i desideri di queste comunità […] Deve essere applicato il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli costituiscono un impegno sacro di civiltà”. Il mandato britannico sulla Palestina prevedeva però esplicitamente: “Il Mandatario sarà responsabile di porre il Paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da garantire la creazione di una patria nazionale ebraica”.

Prima ancora dell’inizio del Mandato, nel 1919 Winston Churchill, all’epoca membro del Parlamento inglese, con queste parole esprimeva il sentire comune dei sionisti e l’atteggiamento degli inglesi nei loro confronti:

Vi sono ebrei che noi siamo impegnati a far entrare in Palestina e che considerano scontato che la popolazione debba andarsene.

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Impresa di pulizia (prima parte)

Vi diedi una terra che non avete coltivato
e abitate in città che non avete costruito
e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti
che non avete piantato.

Giosuè 24, 13

  1. Colonialismo e instabilità
  2. Estremismo e terrorismo
  3. Ostilità e alleanze

Ecco una nuova puntata di contropropaganda sionista, questa volta incentrata su alcuni eventi accaduti nella prima metà del secolo scorso che la storiografia ufficiale tende a eclissare, fallendo nel suo scopo primario di spiegare in modo adeguato il presente. A questo fine, sarà particolarmente utile ricorrere alle dichiarazioni candidamente rilasciate dai sionisti stessi, a partire da quelle di David Ben Gurion, cioè colui che più di tutti contribuì a fondare lo Stato di Israele e di cui divenne da subito primo ministro. Grazie alla gran mole di documenti che ci ha lasciato (diari, lettere, saggi, discorsi pubblici) è possibile infatti svelare i retroscena di quello che fu il momento storico chiave per la crisi mediorientale.

1. Colonialismo e instabilità

In principio, come spesso capita, era il denaro. Nel 1901 il quinto congresso dei sionisti (il cui obiettivo ideale, lo ricordiamo, era colonizzare la Palestina stabilendovi uno Stato ebraico etnicamente puro) istituì il Fondo Nazionale Ebraico (JNF) per finanziare l’acquisto di terreni in Palestina, e a tal fine organizzò una colletta tra gli ebrei di tutto il mondo. I proprietari dei terreni palestinesi, molti dei quali neppure vivevano in Palestina, furono ben contenti di trovare nel JNF un acquirente disposto a pagare cifre esorbitanti per alcuni dei loro possedimenti; un po’ meno contenti furono i contadini che su quelle terre vivevano e lavoravano, perché i coloni ruppero la secolare consuetudine di lasciare al loro posto i fittavoli ad ogni cambio di proprietà, scacciandoli per sostituirli con la popolazione ebrea immigrata.

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Debunk Hasbara

Sembra complicato, ma non lo è. Si tratta di un lavoro che abbiamo già iniziato informalmente qualche tempo fa, e che è ora il momento di riprendere e approfondire con un articolo dedicato. Gli scopi che ci prefiggiamo sono:

  1. individuare i segnali che indicano la presenza di propaganda sionista (“Hasbara”)
  2. disassemblare gli elementi della propaganda
  3. rimontarli in senso inverso e usarli per ricoprire il mittente di una congrua quantità di vergogna.

Perché è importante? Perché questa propaganda è l’ordigno più potente in mano al Governo israeliano, capace di mietere potenzialmente miliardi di vittime, e costituisce in senso stretto un’arma di distrazione di massa che distoglie l’attenzione dall’incontenibile gravità dei crimini commessi per focalizzarla, con argomenti costruiti ad hoc, su aspetti marginali. Se anche le affermazioni proposte fossero in sé corrette, si tratterebbe comunque di un’attività esecrabile nei suoi scopi; ma in più molte di quelle che vengono proposte sono palesi menzogne, che è necessario saper riconoscere e controbattere.

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Post traumatico

Ai lettori che fossero rimasti traumatizzati dagli ultimi articoli pubblicati posso subito offrire una rassicurazione: questa volta si parla di cose gravi ma non serie. Essendo che tutto è connesso a tutto, comunque, troverete alla fine un legame con quanto precede.

Ho i miei buoni motivi per affrontare oggi una questione linguistica discutendo un paio di casi di degenerazione della lingua italiana che stanno progressivamente infestando i giornali e rischiano quindi di venire poi accolti a pieno titolo nei vocabolari.

Iniziamo dal verbo “postare”, che risulta attestato fin dal ‘500, utilizzato quasi esclusivamente in ambito militare e la cui origine e il cui significato sono analoghi al più comune “appostare”. Brutto finché volete, ma in questi secoli non ha arrecato grossi danni alla lingua italiana. Ora però la vera minaccia viene dal suo omofono beceramente derivato dall’inglese “to post”, verbo che al suo antico significato di “affiggere” aggiunge quello più moderno di “condividere su Internet”.

Ogni volta che qualcuno arbitrariamente applica il suffisso “-are” ad una qualunque parola inglese e inizia a coniugare il risultato come se fosse un verbo italiano si compie un piccolo scempio, ma l’uso del verbo “postare” nella nuova accezione (insieme ovviamente allo strettamente correlato sostantivo “post”) sta diventando così virulento che non si può più stare zitti a guardare senza fare niente.

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Grande premio Webbestia 2012

Webbestia è un ambitissimo concorso bandito da Bue punto zero che premia le più brillanti ed ingegnose manifestazioni di servilismo e disonestà apparse sul Web nell’anno di riferimento.

Quest’anno il vincitore è ilgiornale.it, uno dei principali organi di disinformazione della famiglia Berlusconi.

La pagina che ha meritato l’onorificenza è quella apparsa il giorno martedì 11 dicembre alle ore 9.30. Da poche ore il Pdl ha tolto la fiducia al Governo Monti, e l’onorevole Berlusconi ha definitivamente annunciato il suo ritorno in campo. Le reazioni nazionali e internazionali, specialmente sul versante finanziario, sono perlopiù improntate al terrore e allo sgomento.

Che cosa fanno allora i servi di famiglia? Niente panico: hanno delle procedure ben definite da seguire. Inanzitutto scaricare il più possibile qualunque responsabilità su qualcuno che non sia Berlusconi. Secondariamente minimizzare tutto quello che non si può ulteriormente scaricare. Infine evidenziare le carenze, anche quelle inesistenti, di tutti coloro che non sono formalmente o informalmente classificabili come servi di Berlusconi.

Sembra facile, ma per concentrare una simile quantità di servilismo e disonestà in queste poche centinaia di pixel, aggiungendo anche qua e là qualche errore di battitura, ci vuole davvero un artista:

Servilismo-e-disonesta-Il-Giornale-11-dicembre-2012

Come i nostri lettori sanno bene, viviamo in un periodo di crisi economica e ecologica. Pertanto il premio è stato selezionato in modo da essere compatibile con le ristrettezze  del momento e nello stesso tempo produrre un basso impatto ambientale: esso consiste infatti in un vagone di letame prodotto in proprio, che verrà oggi stesso spedito al vincitore. Da domani inizierà ad accumularsi il premio per la prossima edizione.


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Vieni avanti, cretino

Sito de-berlusconizzato

A quanto si apprende, l’onorevole Silvio Berlusconi, nel tentativo di rendere il più devastante possibile la sua nuova discesa in campo, avrebbe deciso non solo di tornare a rompere il catodo con innumerevoli e interminabili apparizioni televisive, ma anche, con il supporto di Michael Slaby, nientemeno che il consulente di Obama, di diffondere nel web il suo Verbo, anzi il suo λόγος σπερματικός (Logos Spermatikos), tramite un esercito di droni da combattimento che dovrebbe saturare in maniera virale i più importanti siti sociali, i giornali, i forum, i blog e chi più ne ha più ne metta.

Sappia dunque codesto esercito che Bue punto zero, nonostante le apparenze, non è un blog de-berlusconizzato. Forse lo sarebbe diventato, se l’onorevole Berlusconi fosse stato incarcerato o se fosse passato a miglior vita. Per ora comunque siate fiduciosi, la nostra tradizionale ospitalità non verrà meno. Mosche, ragni, formiche, lombrichi, vermi d’ogni foggia e muffe d’ogni colore popolano abitualmente la sua stalla, quindi ci sarà spazio anche per voi. Guardatevi pure intorno, e se non sapete da dove cominciare provate con questo.

 



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Contro la legge bavaglio

Per protestare contro la legge bavaglio che le Camere stanno in questi giorni esaminando, sulla scia della vibrante protesta lanciata da Wikipedia, vi mostriamo un’anteprima di come potrebbe diventare Bue punto zero nel caso essa venisse approvata: tipograficamente sgangheràto.

Egregi, illustri ed eziandio morigerati Onorevoli!

Avreste timore? Proprio non c’è bisogno di alcun bavaglio, voi caldeggiate cio‘ che ai sorridenti, docili cittadini un torto appari!

Siete seri, mai tronfi, azzimati. Chi ha visto di che solerzia  è capace il Parlamento allor deve lodarvi. Gli insulti si disperderanno al vento, credetemi, sappiatelo!

Un panorama inquietante (quarta parte)

Leggi dall’inizio (prima parte)

Nelle precedenti puntate sono state esaminate alcune performance di note marionette rinvenute sull’edizione del settimanale Panorama anno XLIX numero 43. Ritengo utile rimarcare che la scelta di quello specifico numero non è stata fatta per la sua particolare rappresentatività: essa è avvenuta in maniera del tutto casuale. Si può immaginare che sfogliando qualunque altro numero precedente o successivo si sarebbero potuti trovare spunti altrettanto validi.

Del numero esaminato sono stati scelti gli articoli firmati dalle penne più note, ma molte altre pagine avrebbero meritato menzione, se non come casi da manuale, almeno come esempi significativi di disonestà e servilismo verso il padrone. Due articoli, che appaiono a breve distanza l’uno dall’altro, titolano rispettivamente “La ragnatela di affari e il mondo segreto dell’amico di D’Alema” e “Il marito ingombrante di Anna la giustiziera”. Mettere in evidenza, nel titolo di un articolo, il nome di una persona che non è il soggetto dell’articolo può sembrare semplicemente indice di cattivo giornalismo. Ma considerando che appena un mese prima aveva generato aspre critiche un articolo che Panorama aveva dedicato alla moglie di Bossi, si può intuire che il metodo per tenere in riga gli alleati lasciando intendere che i loro amici e parenti sono tenuti sotto stretta sorveglianza, già collaudato con l’inseparabile Lumbard, ha trovato una nuova applicazione sugli onorevoli D’Alema e Finocchiaro.

Merita ancora una menzione la rubrica “Indiscreto” che contiene un breve articolo intitolato “Gustavo, indignado in cashmere”. Al suo interno sono riportate alcune dichiarazioni di Gustavo Zagrebelsky relative ad intercettazioni (afferma che sono utili per giudicare il ceto politico), ipotesi sulla fine di Berlusconi (“finirà come Craxi”), abuso di decreti (accosta il governo Berlusconi alla Germania del 1933). Invece di commentare nel merito le affermazioni del giurista (si può essere d’accordo come no, ovviamente), l’insipido servo si limita a definirlo “il guru degli indignados in cashmere”, quasi che tale espressione sottintendesse un ossimoro. L’intento neanche tanto mascherato è quello di suggerire l’idea che una persona perbene non dovrebbe indignarsi, e che gli indignados possano essere credibili solo se circolano a petto nudo. Mentre al contrario in certi casi l’indignazione è, più che un diritto, un dovere civico.

Giunti a questo punto, possiamo finalmente arrivare alla formulazione del problema. Il problema è che oltre trecentomila persone ogni settimana acquistano una copia di questa ignobile rivista. Difficile pensare che lo facciano per tenersi aggiornati sulle ultime tendenze della prostituzione intellettuale. Il fatto che Panorama sia il settimanale di attualità e politica più letto in Italia è uno di quegli elementi che inducono a sospettare che siamo tuttora fermi al punto zero, e che ci resteremo a lungo. Ciò nonostante –anzi proprio per questo– è importante che si continui a puntare il dito pubblicamente contro tutti i prostituti che quotidianamente dalle televisioni e dalla carta stampata continuano a confondere e deformare la realtà a beneficio del loro padrone. Essere neutrali non è un’opzione: chi si dichiara neutrale implicitamente si schiera dalla parte del più forte. Per questo confido con questi articoli di essere riuscito ad instillare un po’ di genuino disprezzo nei confronti dei servi di cui ho scritto e dei loro consimili, ed auspico che i miei lettori condividano con me l’ardita, oltraggiosa speranza che questi individui, esecrati da ogni cittadino civile, aborriti dagli editori e dai lettori tutti, si possano tra qualche tempo incontrare seduti su un marciapiede, laceri e sudici, intenti a mendicare ai passanti qualche spicciolo o un pezzo di pane.