Impresa di pulizia (terza parte)

In questo articolo:

  • Una pianificazione minuziosa
  • L’inizio della fine
  • Un approccio sistematico
  • Il Giorno del Destino

Leggi dall’inizio (prima parte)

Nella prima e nella seconda parte di questo articolo abbiamo introdotto le premesse necessarie per comprendere come siano maturati i presupposti storici dell’impresa di pulizia etnica della Palestina ad opera dei sionisti. In questa terza parte entriamo nel vivo dell’azione.

Una pianificazione minuziosa

I sionisti avevano già dagli anni ’30 iniziato a raccogliere informazioni dettagliate sui villaggi palestinesi, come parte di un piano volto a conquistare con la forza i territori ancora non acquisiti tramite i fondi del JNF, che non era andato oltre il 6% della superficie totale. Furono ingaggiati topografi, fotografi, esperti di lingua e cultura araba per passare al vaglio ogni singolo villaggio e catalogare vie d’accesso, coltivazioni, allevamenti, risorse naturali, orientamento politico della popolazione, abitanti potenzialmente ostili. Un piccolo esercito di spie fu addestrato in segreto e inviato nei vari villaggi per prendere contatti con i rispettivi capi e raccogliere tutte le informazioni richieste.

Furono poi stilati diversi piani via via più dettagliati, informalmente identificati con le lettere dell’alfabeto. Quello definitivo fu il piano “D” (“Dalet” in ebraico) che venne rifinito fino al marzo 1948. Esso dava indicazioni su come ottenere e mantenere il controllo del territorio, e in modo conciso e asettico anticipava il destino di centinaia di migliaia di palestinesi:

Operazioni contro centri abitati nemici situati all’interno o in prossimità del nostro sistema difensivo, al fine di impedire che vengano utilizzati come basi da una forza armata attiva. Queste operazioni possono essere suddivise nelle seguenti categorie:

Distruzione di villaggi (appiccando il fuoco, facendoli saltare in aria e posizionando mine tra le macerie), in particolare di quei centri abitati difficili da controllare in modo continuativo.

Operazioni di rastrellamento e controllo secondo le seguenti linee guida: accerchiamento del villaggio e perquisizione al suo interno. In caso di resistenza, la forza armata deve essere annientata e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato.

I villaggi svuotati con le modalità sopra descritte devono essere inclusi nel sistema difensivo fisso e, se necessario, fortificati.

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Impresa di pulizia (seconda parte)

In questo articolo:

  • Di male in peggio
  • Uno Stato o due Stati?
  • Benzina sul fuoco

Leggi la prima parte

In questa seconda parte ripercorriamo la storia che prelude all’impresa di pulizia etnica sionista privilegiando il punto di vista palestinese.

Di male in peggio

Già alla fine dell’Ottocento i palestinesi, che vivevano da quasi quattrocento anni sotto la dominazione ottomana, avevano espresso l’auspicio di poter esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Finita la Prima Guerra Mondiale i palestinesi chiesero formalmente l’indipendenza, che fu rifiutata. Il mandato britannico assegnato sulla Palestina nel 1922 sembrava tuttavia andare nella giusta direzione, in quanto nella Convenzione della Società delle Nazioni è stabilito: “Alcune comunità precedentemente appartenenti all’Impero turco hanno raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, con la riserva di ottenere consulenza e assistenza amministrativa da parte di un Paese Mandatario, fino a quando non saranno in grado di stare in piedi da sole […] Devono essere tenuti soprattutto in considerazione i desideri di queste comunità […] Deve essere applicato il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli costituiscono un impegno sacro di civiltà”. Il mandato britannico sulla Palestina prevedeva però esplicitamente: “Il Mandatario sarà responsabile di porre il Paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da garantire la creazione di una patria nazionale ebraica”.

Prima ancora dell’inizio del Mandato, nel 1919 Winston Churchill, all’epoca membro del Parlamento inglese, con queste parole esprimeva il sentire comune dei sionisti e l’atteggiamento degli inglesi nei loro confronti:

Vi sono ebrei che noi siamo impegnati a far entrare in Palestina e che considerano scontato che la popolazione debba andarsene.

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Impresa di pulizia (prima parte)

Vi diedi una terra che non avete coltivato
e abitate in città che non avete costruito
e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti
che non avete piantato.

Giosuè 24, 13

  1. Colonialismo e instabilità
  2. Estremismo e terrorismo
  3. Ostilità e alleanze

Ecco una nuova puntata di contropropaganda sionista, questa volta incentrata su alcuni eventi accaduti nella prima metà del secolo scorso che la storiografia ufficiale tende a eclissare, fallendo nel suo scopo primario di spiegare in modo adeguato il presente. A questo fine, sarà particolarmente utile ricorrere alle dichiarazioni candidamente rilasciate dai sionisti stessi, a partire da quelle di David Ben Gurion, cioè colui che più di tutti contribuì a fondare lo Stato di Israele e di cui divenne da subito primo ministro. Grazie alla gran mole di documenti che ci ha lasciato (diari, lettere, saggi, discorsi pubblici) è possibile infatti svelare i retroscena di quello che fu il momento storico chiave per la crisi mediorientale.

1. Colonialismo e instabilità

In principio, come spesso capita, era il denaro. Nel 1901 il quinto congresso dei sionisti (il cui obiettivo ideale, lo ricordiamo, era colonizzare la Palestina stabilendovi uno Stato ebraico etnicamente puro) istituì il Fondo Nazionale Ebraico (JNF) per finanziare l’acquisto di terreni in Palestina, e a tal fine organizzò una colletta tra gli ebrei di tutto il mondo. I proprietari dei terreni palestinesi, molti dei quali neppure vivevano in Palestina, furono ben contenti di trovare nel JNF un acquirente disposto a pagare cifre esorbitanti per alcuni dei loro possedimenti; un po’ meno contenti furono i contadini che su quelle terre vivevano e lavoravano, perché i coloni ruppero la secolare consuetudine di lasciare al loro posto i fittavoli ad ogni cambio di proprietà, scacciandoli per sostituirli con la popolazione ebrea immigrata.

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Fette boicottate

Non so voi, ma ci sono alcune cose che, lette o ascoltate al mattino mentre faccio colazione, mi fanno andare storta tutta la giornata.

“Lo Stato di Israele avrà anche qualche difetto, ma è pur sempre nostro amico e combatte per i nostri valori”. Per favore, andiamoci piano con le generalizzazioni. Può certamente essere che il Governo fascio-lobby-razzista che in questo momento è al potere in Italia sia amico di Israele: in effetti i due Stati hanno appena rinnovato un accordo di collaborazione militare, per cui quei soldati che mentre commettono orribili crimini di guerra si riprendono col cellulare per poi aggiungere in sottofondo ai filmati musichette allegre e pubblicare il risultato sui loro canali social potranno continuare a farlo con il supporto delle nostre tasse. Ne beneficeranno anche i civili, almeno quelli più abbienti, che possono permettersi il lusso di partecipare a viaggi organizzati sulle alture attorno alla Striscia di Gaza o in barca al largo della costa per assistere di persona ai bombardamenti, quasi come se partecipassero ad un safari nella savana. Forse i nostri soldi verranno usati anche per potenziare i centri di distribuzione di generi alimentari attorno a cui i palestinesi, ridotti alla fame, si accalcano nella speranza di poter tirare avanti ancora qualche altro giorno, per poi scoprire, dopo aver ricevuto pallottole invece di cibo, che si tratta di trappole simili a quelle che potrebbero essere usate per liberarsi da un’infestazione di topi o di scarafaggi. Quindi, dicevo, può anche essere e non mi stupisce che il nostro Governo sia amico di questa gente e ne condivida i valori. Però non mettetemi in mezzo, io non nutro questo genere di amicizie.

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Il gatto di Shelomoh

Saggezza antica per problemi attuali. Shelomoh, figlio di Dawid, figlio di Yishay, conosciuto in occidente per lo più con nomi derivati dalla forma latina Salomon, è un re d’Israele ricordato soprattutto per aver in pochi anni edificato un grande tempio a Gerusalemme. In secondo luogo è noto per la sua sapienza e la sua saggezza, esemplificata da un celebre episodio biblico di cui riporto una variante adattata alla sensibilità moderna (se volete, ne trovate la versione canonica nel primo libro dei Re).

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