
Corrono forse i cavalli sulle rocce?
Si ara forse su esse con i buoi?
Eppure voi cambiate il diritto in veleno
e il frutto della giustizia in assenzio;
vi rallegrate di cose da nulla
e dite: «Non è forse con la nostra forza
che abbiamo acquistato potenza?»
Amos 6, 12-13
Quando mi capita di sentir parlare di “razzismo al contrario” (e capita, anche piuttosto spesso), devo ammettere che attraverso quasi sempre un breve momento di sconcerto e disorientamento. Nel tentativo di assegnare — in base al contesto in cui questa locuzione è stata utilizzata, in base al mittente e al destinatario del messaggio — un significato ad una cosa che apparentemente non ne possiede alcuno, prendo in considerazione innanzitutto l’ipotesi che si intenda parlare di un sentimento di fratellanza e di rispetto reciproco che travalica qualunque distinzione di provenienza geografica, di lingua, di cultura e di aspetto fisico (in altre parole, il contrario del razzismo). Questa ipotesi però viene sempre subito scartata: nessuno, che io sappia, è stato mai sufficientemente contorto da usarla con questo significato. Passo allora alla seconda ipotesi, che invece di solito è quella giusta: con “razzismo al contrario” si intende un atteggiamento di ostilità, insofferenza e intolleranza da parte di una o più persone dalla pelle scura nei confronti di una o più persone dalla pelle chiara.
Non dovrebbe esserci bisogno di spiegare per quali motivi questo modo di esprimersi sia da rigettare nella maniera più netta, ma evidentemente c’è. Innanzitutto parlare di “razzismo al contrario” sembra sottintendere che ci sia un modo “retto” di concepire il razzismo da contrappore ad uno “scorretto”, che nel razzismo ci sia un “diritto” e un “rovescio”, che esista un razzismo “valido” accanto a uno “deviato”. Ma ovviamente tutto questo non ha senso, e il semplice fatto di parlare di “razzismo al contrario” nell’accezione indicata rivela a priori una mentalità di fondo sostanzialmente razzista.
In secondo luogo c’è un problema che riguarda la capacità di astrazione, cosa di cui forse sempre più persone hanno carenza. È certamente vero che storicamente la forma di razzismo più diffusa è quella che vede persone dalla pelle chiara deportare, segregare, sfruttare e, all’occasione, sterminare persone dalla pelle più scura della loro. Ma se ho imparato a contare fino a dieci spostando delle mele da una parte all’altra del tavolo, e vado in confusione quando mi chiedono di contare delle pere o delle banane, evidentemente è perché ho difficoltà con l’astrazione: i numeri sono sempre gli stessi qualunque sia il frutto da contare; allo stesso modo il razzismo è sempre razzismo quale che sia il colore della pelle di chi discrimina e di chi è discriminato, e con una basilare capacità di astrazione questo lo può comprendere anche chi avesse finora visto andare le cose in un senso unico.
Un caso appena un po’ più difficile, ma con molte analogie con quello appena affrontato, è quello del nazismo. Sarebbe interessante proporre un’analisi dettagliata simile a quella qui pubblicata pochi mesi fa sul tema di fascismo e antifascismo, ma seguirò una via più breve: poiché il nazismo ha derivato diverse caratteristiche dal fascismo, alcune considerazioni già svolte nel precedente articolo, come quella relativa alla “espansione delle nazioni” o alla “severità contro gli oppositori”, possono essere a buon diritto riprese qui. Per ricordare quanto i nazisti facessero sul serio riguardo al primo punto (espansione) basta citare l’annessione dell’Austria (1938), realizzata in barba ai trattati internazionali che la vietavano categoricamente (ma in quell’occasione gli altri stati europei rimasero in silenzio, mostrando un sostanziale assenso); nel marzo del 1939 l’invasione della Cecoslovacchia e nell’autunno successivo della Polonia; nel 1940 Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Francia; nel 1941 l’Unione Sovietica. Per quanto riguarda il secondo punto (severità verso gli oppositori), basterà invece ricordare la cosiddetta notte dei lunghi coltelli, in cui per ordine di Hitler qualcosa come cento o duecento persone, per lo più appartenenti al partito nazista, ma non del tutto in accordo con il Führer, furono scelte per eseguire un rapido collaudo di quei forni crematori che da lì a poco sarebbero diventati il cuore pulsante dei campi di sterminio.
Alle due caratteristiche già citate dobbiamo aggiungerne ancora almeno una, questa volta originale rispetto al fascismo: il nazismo basava molta della sua propaganda e consolidava il consenso popolare facendo leva su sentimenti razzisti. Il messaggio era molto chiaro: una razza superiore, “eletta” (quella germanica), doveva dominare sulle razze inferiori, sui sub-umani (Untermenschen), i quali se lasciati liberi di agire e organizzarsi avrebbero potuto rappresentare un pericolo da cui la razza superiore aveva il diritto e il dovere di difendersi. Il fatto che i nazisti siano passati alla storia e ricordati da tutti come sterminatori di ebrei non deve far dimenticare che tra i sub-umani venivano arbitrariamente incluse molte altre categorie di persone: slavi, nomadi, omosessuali, appartenenti ad alcune minoranze religiose, disabili, e così via.
I tre elementi fondanti nel nazismo che abbiamo evidenziato sono strettamente correlati, e possono essere così riassunti: una razza dominante ha diritto di espandersi con l’uso della forza sottraendo spazio vitale alle razze inferiori, allontanandole e all’occorrenza imprigionandole, riducendole in schiavitù o anche, nel caso si oppongano o rappresentino un pericolo, sopprimendole.
Se il nazismo storico si è esaurito con la capitolazione tedesca nel maggio 1945, il suo impatto sull’immaginario collettivo è stato tale che da allora il termine “nazista” si è insediato nel linguaggio comune per connotare un’organizzazione che si ispira ai principi del nazismo storico. Soprattutto l’immaginario collettivo conserva come retaggio del nazismo storico l’idea che il fulcro e il tratto più distintivo del nazismo sia l’antisemitismo, e più in particolare l’odio razziale verso gli ebrei e l’anelito al loro annientamento, al punto che si tende a dare per scontata l’equivalenza “antisemita” <=> “nazista”: chi manifesta avversione nei confronti degli ebrei (o magari semplicemente si limita a metterne in discussione le parole o le azioni) è per ciò stesso additato come nazista, e chi si dichiara esplicitamente nazista o agisce secondo modalità naziste è per ciò stesso un antisemita. Come corollario, può sembrare una contraddizione in termini parlare di un ebreo nazista.
Chi fosse riuscito a seguire fin qui il discorso che ho svolto in queste righe dovrebbe capire facilmente che questa equivalenza è fallace e arbitraria. Il nazismo ha tra le sue caratteristiche distintive una forte componente razzista, ma il fatto che il nazismo storico si sia ritrovato a convogliare questa componente in gran parte (non esclusivamente) verso gli ebrei è puramente contingente ed è legato a considerazioni di mero opportunismo politico. Anche in questo caso basta una quantità modesta di capacità di astrazione per cogliere il punto centrale sfrondandolo dai dettagli secondari, ottenendo una sintesi come quella citata poco sopra.
A questo punto mi limiterò a richiamare brevemente ancora alcuni ben noti fatti storici e a svolgere alcune considerazioni, lasciando ai lettori l’arduo onere di trarre le conclusioni.
- I servizi segreti dello Stato d’Israele, noti con il nome di “Mossad”, agiscono al di fuori di ogni legge e sono espressamente autorizzati dal loro Governo a commettere a livello internazionale rapimenti, omicidi e azioni terroristiche nell’interesse del loro Paese. Uno dei maggiori esperti del Mossad è un giornalista israeliano che con minuziose ricerche e interviste ha ricostruito la storia degli omicidi da esso perpetrati, arrivando ad un totale di almeno 2700 vittime dalla fine della seconda guerra mondiale, un numero di gran lunga superiore a quello attribuibile a qualunque altro Stato occidentale. Quando poi gli oppositori nel mirino dei servizi segreti sono a portata di tiro, ad esempio in uno stato confinante, di solito è ritenuto sufficiente lanciare qualche missile verso l’obiettivo, e quel che succede succede.
- Già da prima della sua nascita ufficiale, e in modo sempre più evidente da allora, lo Stato d’Israele ha mostrato un’irrefrenabile spinta verso l’espansione. Giorno dopo giorno i coloni israeliani, con l’appoggio dell’esercito, sia per mezzo di espliciti atti di violenza sia praticando attività di sabotaggio agli impianti essenziali (acquedotti, linee elettriche) hanno costretto i palestinesi a lasciare le proprie case, impossessandosi via via di territori dove stabilire nuove colonie; le risorse naturali (terreno coltivabile, falde acquifere, giacimenti minerari) vengono requisite e sfruttate dai conquistatori, i quali via via aumentano la propria ricchezza mentre per i profughi in fuga scarseggia qualunque genere di bene primario di sussistenza, a partire dall’acqua potabile. Sebbene ciò avvenga in violazione dei più elementari diritti sanciti dai trattati internazionali, una consistente parte della comunità internazionale silenziosamente concede il proprio assenso, mentre una parte minoritaria si limita ad esprimere saltuariamente un compìto ed innocuo sdegno.
- L’espansione delle colonie israeliane spesso ha impatto sulle vie di comunicazione usate per gli spostamenti delle persone. Può capitare che a causa di questa espansione diventi difficile o impossibile per un palestinese recarsi al lavoro, o per i suoi figli andare a scuola, perché dovrebbero passare attraverso o accanto ad una colonia, dove i residenti, spalleggiati dall’esercito, e spesso essi stessi armati, minacciano, insultano e in vario modo umiliano i palestinesi che osano avvicinarsi. Un palestinese che si presentasse armato verrebbe subito arrestato, se non ucciso sul posto.
- La popolazione dominante nello Stato di Israele stabilisce unilateralmente come applicare i diritti umani, negandoli in maniera pressoché totale alla popolazione dominata, trattata alla stregua di Untermenschen o, meglio, di “animali umani”, in un modo tale da mettere seriamente in crisi un pacifista convinto che nulla possa essere peggio della guerra. Per quanto distorta, le forme tradizionali di conflitto bellico hanno una loro logica: due nazioni in guerra tra loro hanno come obiettivo la sconfitta dell’avversario, ma ciascuna implicitamente riconosce all’altra il diritto di difendersi e di rispondere al fuoco. Non vi è situazione dove si applichi spietatamente la legge del più forte come durante una guerra, ma almeno sul piano astratto dei diritti due nazioni in conflitto si trovano in una situazione di parità. Non essendo in corso alcuna guerra in senso tradizionale, questo presupposto non si applica all’attuale situazione mediorientale: un palestinese che aggredisce o uccide un israeliano è considerato un terrorista, un israeliano che aggredisce o uccide un palestinese è considerato un patriota che ha difeso sé stesso e la sua gente da un pericolo. Un palestinese non dispone di alcuna via legittima, pacifica o meno, di opporsi alla situazione in cui si trova.
- Dal 2005 la Striscia di Gaza è un territorio amministrato in autonomia dai palestinesi, ma le vie di accesso, la movimentazione di persone e merci verso l’esterno, lo spazio aereo e marittimo, le trasmissioni radiotelevisive, l’approvvigionamento idrico e altre risorse essenziali sono interamente sotto il controllo israeliano. In particolare ciò rende particolarmente difficile per i residenti uscire dal territorio. I bombardamenti che tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 hanno colpito sistematicamente le infrastrutture della Striscia, distruggendo case, scuole e ospedali, hanno provocato in via diretta quasi quarantamila morti, cifra che sommata ad una stima delle morti per via indiretta (mancanza di cure e di medicinali, malnutrizione) si avvicina al valore di 200.000 unità, cioè quasi il 10% della popolazione totale. Questi fatti rendono la Striscia di Gaza sinistramente simile ad un gigantesco campo di sterminio.
Lascio ora ai lettori la possibilità di elaborare possibili conclusioni basate sulle premesse esposte ed esternare la propria opinione nello spazio dei commenti che si trova qui sotto. Sentitevi liberi di dissentire dalla mia impostazione; vi chiedo solo il favore di pensarci due volte prima di proporre l’idea che quello di Israele sia un “nazismo al contrario”.
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