Non è facile rendere l’idea del livello di follia a cui siamo arrivati, ma ci proverò.
Esiste un gravissimo problema globale, noto a tutti da molti anni, che potrebbe aver già superato la soglia dell’irreversibilità, trasformando nel volgere dei prossimi decenni il nostro pianeta in un luogo inabitabile. In un mondo sano ci si potrebbe aspettare che la maggior parte delle persone desse la massima priorità a questo problema; se i governi mostrassero di infischiarsene, ci si aspetterebbe che la gente si sollevasse in massa e — non per crudeltà, ma per istinto di sopravvivenza — facesse rotolare nell’apposito contenitore un po’ di teste.
Vi diedi una terra che non avete coltivato e abitate in città che non avete costruito e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti che non avete piantato.
Ecco una nuova puntata di contropropaganda sionista, questa volta incentrata su alcuni eventi accaduti nella prima metà del secolo scorso che la storiografia ufficiale tende a eclissare, fallendo nel suo scopo primario di spiegare in modo adeguato il presente. A questo fine, sarà particolarmente utile ricorrere alle dichiarazioni candidamente rilasciate dai sionisti stessi, a partire da quelle di David Ben Gurion, cioè colui che più di tutti contribuì a fondare lo Stato di Israele e di cui divenne da subito primo ministro. Grazie alla gran mole di documenti che ci ha lasciato (diari, lettere, saggi, discorsi pubblici) è possibile infatti svelare i retroscena di quello che fu il momento storico chiave per la crisi mediorientale.
1. Colonialismo e instabilità
In principio, come spesso capita, era il denaro. Nel 1901 il quinto congresso dei sionisti (il cui obiettivo ideale, lo ricordiamo, era colonizzare la Palestina stabilendovi uno Stato ebraico etnicamente puro) istituì il Fondo Nazionale Ebraico (JNF) per finanziare l’acquisto di terreni in Palestina, e a tal fine organizzò una colletta tra gli ebrei di tutto il mondo. I proprietari dei terreni palestinesi, molti dei quali neppure vivevano in Palestina, furono ben contenti di trovare nel JNF un acquirente disposto a pagare cifre esorbitanti per alcuni dei loro possedimenti; un po’ meno contenti furono i contadini che su quelle terre vivevano e lavoravano, perché i coloni ruppero la secolare consuetudine di lasciare al loro posto i fittavoli ad ogni cambio di proprietà, scacciandoli per sostituirli con la popolazione ebrea immigrata.
Sognare è l’unico lusso a cui non si dovrebbe mai rinunciare. Senza tuttavia smettere di fare tutte le altre cose importanti, come ad esempio educare senza ritegno e senza cedimento alla pazienza, alla tolleranza, alla diversità, all’empatia, alla frugalità, alla mitezza. E nello stesso tempo, poco alla volta, smantellare, riciclare, riconvertire le armi, le fabbriche e gli apparati bellici.
Poi, dopo anni di lavoro duro e incessante — dopo secoli se necessario — andare a bussare alla porta dell’ultimo fascista rimasto, portando con sé l’ultimo proiettile; mostrarglielo dopo essersi presentati educatamente e annunciargli: “Questo è per te, sei al capolinea”.
Venire massacrati dev’essere una brutta esperienza, ma ancora peggio dev’essere venire massacrati mentre le persone intorno, comodamente sedute sul loro sofà, seraficamente disquisiscono sulla precisa distinzione tra sterminio e genocidio, spesso senza arrivare ad una conclusione soddisfacente; questi individui mi fanno venire in mente quel tale che dopo aver minuziosamente contato fino a novecentonovantanove trattiene per un attimo il fiato e poi urla inorridito: “Aiuto!!! Un millepiedi!!!”. Roba che ti verrebbe da prenderli a calci nel culo fino a slogarti le caviglie, insomma.
Corrono forse i cavalli sulle rocce? Si ara forse su esse con i buoi? Eppure voi cambiate il diritto in veleno e il frutto della giustizia in assenzio; vi rallegrate di cose da nulla e dite: «Non è forse con la nostra forza che abbiamo acquistato potenza?»
Quando mi capita di sentir parlare di “razzismo al contrario” (e capita, anche piuttosto spesso), devo ammettere che attraverso quasi sempre un breve momento di sconcerto e disorientamento. Nel tentativo di assegnare — in base al contesto in cui questa locuzione è stata utilizzata, in base al mittente e al destinatario del messaggio — un significato ad una cosa che apparentemente non ne possiede alcuno, prendo in considerazione innanzitutto l’ipotesi che si intenda parlare di un sentimento di fratellanza e di rispetto reciproco che travalica qualunque distinzione di provenienza geografica, di lingua, di cultura e di aspetto fisico (in altre parole, il contrario del razzismo). Questa ipotesi però viene sempre subito scartata: nessuno, che io sappia, è stato mai sufficientemente contorto da usarla con questo significato. Passo allora alla seconda ipotesi, che invece di solito è quella giusta: con “razzismo al contrario” si intende un atteggiamento di ostilità, insofferenza e intolleranza da parte di una o più persone dalla pelle scura nei confronti di una o più persone dalla pelle chiara.
And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming
—E quindi hai avuto un’altra rivelazione?— —Sì, come ti ho detto. Se hai tempo te ne parlo.— —Ultimamente ne hai una ogni due o tre settimane, mi pare.— —Sì, ma questa è diversa, ora tutto va a posto, tutto è necessario, tutto è limpido.— —Ma sei proprio sicuro che si tratti di una “rivelazione”?— —Be’, se non ti piace così, chiamala “intuizione”. L’ho avuta di primo mattino; quando mi sono svegliato sapevo di aver sognato qualcosa di importante, e sono riuscito ad afferrarlo prima che svanisse. Riguarda essenzialmente il problema del male.— —Sì, me l’avevi anticipato; e mi dicevi, o sbaglio, che la bontà di Dio è salva?— —Certamente, quello è di gran lunga l’attributo divino più importante. È semplicemente assoluto, senza limitazioni.— —E l’onnipotenza?— —Anche per quella nessun problema, solo che ovviamente ha alcune limitazioni, a partire da quelle della logica: Dio non può realizzare qualcosa che sia intrinsecamente contraddittorio. In particolare, essendo assoluta la sua bontà, non ha il potere di annullarla e diventare malvagio. C’è una gerarchia tra le qualità divine.— —Chiaro, e quindi anche l’onniscienza è a posto?— —Be’, devo dire che qui le cose si complicano un po’. Non la nego, certamente, ma quando si tratta di “conoscenza” abbiamo a che fare con un concetto un po’ meno definito e più sfumato degli altri. Ad esempio, Dio ovviamente sa, in astratto, che cosa siano i sogni. Tuttavia egli non dorme, quindi non può sperimentare in prima persona l’esperienza del sognare; non può sapere davvero quanto possano essere vividi i sogni.— – Continua a leggere>
Se mi chiedessero qual è la mia parabola evangelica preferita, sarei sulle prime tentato di sceglierne una tra quelle più apertamente paradossali: quelle che, all’interno di una situazione tratta dalla vita quotidiana, propongono uno sviluppo del tutto controintuitivo e inatteso, incompatibile con ogni comune logica umana. Alla fine probabilmente però ne indicherei una che si trova esattamente agli antipodi, e per la precisione questa:
Un uomo aveva due figli; si rivolse al primo e disse: “Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna”. Rispose: “Non voglio”; dopo però, pentitosi, andò. Il padre si rivolse al secondo e disse allo stesso modo. Ed egli rispose: “Vado”; ma non andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?
Qui non si trova proprio nulla di paradossale; al contrario la risposta alla domanda è del tutto ovvia e scontata. Per chi non conoscesse il significato del termine “tautologia”, ne è un esempio lampante proprio questa frase: Il figlio che ha compiuto la volontà del padre è quello che ha fatto ciò che il padre gli ha ordinato.
Che senso ha quindi proporre una parabola tautologica, la risposta alla cui domanda conclusiva è elementare e non dice nulla in più del suo presupposto?
La soluzione del dilemma è semplice: la parabola fa ricorso a poche semplici parole per sbattere brutalmente in faccia agli ipocriti — in primo luogo a quelli che detengono posizioni di potere — la loro ipocrisia nella sua forma più nuda e spudorata; è evidente che l’efficacia del risultato è tanto maggiore quanto più la forma della parabola che lo persegue è elementare e disarmante.
Se ai tempi di Gesù l’ipocrisia era così diffusa e radicata da meritare il primo posto nella lista dei nemici del Regno di Dio, va detto che oggi non siamo messi meglio. Basta prendere in considerazione la classe politica, che è, almeno in uno stato democratico, espressione altamente rappresentativa della popolazione che vota per essa.
Se vi capita di ascoltare il discorso di un personaggio politico e sentirgli dire cose che vi suonano un po’ strane, vi propongo un esperimento: provate a sostituire alcune parti del discorso con il loro opposto. Supponiamo che il politico in questione ad un certo punto dica: “è in cima alle nostre priorità”; provate a sostituire queste parole con: “non ce ne frega assolutamente nulla”. Può darsi che il risultato appaia molto più convincente. Come il secondo dei due figli nella parabola, costui sta dicendo una cosa, mentre il suo pensiero e le sue azioni concrete si trovano all’esatto opposto.
Saggezza antica per problemi attuali. Shelomoh, figlio di Dawid, figlio di Yishay, conosciuto in occidente per lo più con nomi derivati dalla forma latina Salomon, è un re d’Israele ricordato soprattutto per aver in pochi anni edificato un grande tempio a Gerusalemme. In secondo luogo è noto per la sua sapienza e la sua saggezza, esemplificata da un celebre episodio biblico di cui riporto una variante adattata alla sensibilità moderna (se volete, ne trovate la versione canonica nel primo libro dei Re).
Ghayz è un nome insolito per una bambina. Suo padre si chiama Shady ed è nato il 19 maggio 2004 a Rafah, vicino al confine con l’Egitto. Fin da quando era in fasce i suoi gli parlavano dell’operazione “Arcobaleno”, dei missili sparati dagli elicotteri sul corteo di manifestanti e di come, il giorno stesso della sua nascita, l’intero quartiere dove abitavano sia stato raso al suolo dalle ruspe.
Qualche anno fa, in un articolo che trattava — tra le altre cose — del realizzarsi delle profezie contenute nella letteratura fantascientifica, avevo fatto riferimento ad un breve racconto di Isaac Asimov. Anche in questa sede potrei citare altri racconti dello stesso autore (ad esempio questo) allo scopo di introdurre il tema che allora era stato toccato un po’ di sfuggita, ma che oggi affronterò in maniera più approfondita, visto che recentemente ha iniziato a mettere in fibrillazione le autorità di molti Paesi: l’intelligenza artificiale.
Uno dei motivi dichiarati per cui queste autorità si interessano all’argomento è preservare la garanzia di alcuni diritti civili che potrebbero essere messi a rischio da un uso scorretto di tali tecnologie. Un motivo meno esplicito ma probabilmente più grave è il timore che una loro diffusione incontrollata possa portare molti cittadini ad affidarsi interamente ad esse e a dismettere definitivamente l’ormai pleonastico fardello della propria scatola cranica. Questo mostra che in realtà non si è ancora arrivati al nocciolo del problema, poiché la vera questione su cui si concentra oggi l’attenzione, più che l’intelligenza artificiale, è ancora una volta la stupidità umana.