Un giorno come gli altri

Il razzismo è una brutta bestia.

Per sgombrare il campo da equivoci, preciso innanzitutto che il razzismo di cui parlo non ha nulla a che fare con quegli strani ma eleganti pesci piatti e alati che vivono tra il mare e gli estuari dei fiumi. Neppure ha a che fare con l’erronea (e ormai decaduta) idea che la specie umana sia divisa in “sottospecie” distinte, se non per il fatto che etimologicamente il termine è ancora ad essa legato, mentre il suo significato è poi passato ad indicare i pregiudizi e le discriminazioni posti in essere verso determinate etnie, culture, gruppi religiosi e via dicendo.

Purtroppo ci sono molte situazioni dove anche chi ritiene in coscienza di non essere razzista subisce condizionamenti esterni che di fatto lo portano ad adottare, nei suoi pensieri, nelle parole e nelle azioni, un atteggiamento innegabilmente razzista. Prendiamo ad esempio chi considera il 7 ottobre 2023 una data speciale, un giorno da ricordare per l’eccezionalità e la gravità degli eventi accaduti che lo rendono un punto di svolta nella storia. Se correttamente collocato nel sanguinoso contesto storico del medio oriente, tuttavia, vediamo che l’unica cosa davvero speciale del 7 ottobre è che quel giorno la maggior parte delle vittime fu di nazionalità israeliana, mentre tutti gli altri giorni, da un abbondante secolo prima fino ad oggi, la stragrande maggioranza delle vittime è stata palestinese. In questo senso non si è trattato di un punto di svolta, ma semplicemente del momento in cui il corso della storia ha subito una drammatica accelerazione nella stessa direzione in cui già si stava muovendo da decenni.

A partire dallo stesso 7 ottobre 2023, infatti, si è dispiegata in tutto il mondo una martellante campagna mediatica volta a far apparire quegli eventi come straordinariamente cruenti, provocati da una irrefrenabile sete di sangue alimentata da un abietto antisemitismo. L’obiettivo di questa campagna non può essere più palese: distorcere la percezione delle masse affinché prendano le distanze dai palestinesi e provino compassione ed empatia per gli israeliani.

Ci sono alcuni dettagli di quegli eventi che erano già da subito chiari agli osservatori più avveduti, ma che sul momento era quasi impossibile opporre alla imponente campagna di disinformazione alimentata dalla Hasbara israeliana. Oggi, dopo tre anni, finalmente molti di questi dettagli stanno diventando di dominio pubblico.

Portiamo solo qualche esempio. Nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre iniziò a circolare inarrestabile, e fu rilanciata da tutti i principali media occidentali, la notizia che nel kibbutz di Kfar Aza decine di bambini erano stati decapitati. La successiva smentita non ebbe mai una risonanza paragonabile a quella della bufala iniziale, per cui ancora oggi moltissime persone convintamente credono che essa sia del tutto vera e confermata.

Un cenno merita qui anche la tristemente nota Direttiva Annibale, secondo la quale in caso di rapimento l’esercito israeliano è tenuto (o quantomeno autorizzato) a far fuoco sui rapitori senza curarsi della sorte dei rapiti. In risposta agli attacchi del 7 ottobre gli elicotteri dell’IDF lanciarono missili direttamente sul festival musicale in corso vicino a Re’im e sui alcuni dei kibbutz occupati, radendoli al suolo, nonché sulle automobili che ritornavano verso Gaza con gli ostaggi, causando direttamente una quantità di vittime civili mai ufficialmente quantificata (il governo israeliano non ha mai condotto un’indagine, o comunque non ne ha reso noti i risultati; alcune stime parlano di un terzo delle vittime totali). Anche in questo caso vi è però stata poi l’aperta confessione del ministro della difesa israeliano a dissipare ogni possible dubbio. E anche in questo caso i mezzi di informazione hanno tenuto diligentemente nascosta la notizia.

A proposito dei prigionieri israeliani, poi, non possiamo dimenticare che da subito era stata proposta una trattativa per scambiarli con i prigionieri palestinesi; la proposta tuttavia non fu neppure presa in considerazione dal governo israeliano, che invece reagì con un interminabile bombardamento che rase al suolo la striscia di Gaza e con il totale isolamento della popolazione, causando la morte di decine di migliaia di civili e tra questi, naturalmente, anche molti degli ostaggi.

E infine l’ultimo dettaglio ormai noto al grande pubblico: la possibilità per i miliziani gazawi di uscire dalla loro prigione a cielo aperto e scorrazzare indisturbati nei territori circostanti è stata deliberatamente concessa dall’esercito israeliano. Non solo era noto (perché segnalato insistentemente da più fonti internazionali) che un attacco era imminente, ma proprio la mattina del 7 ottobre la maggior parte delle misure di sicurezza e dei sistemi di sorveglianza che normalmente impediscono a chi vive nella Striscia di avvicinarsi ai muri perimetrali — pena la fucilazione istantanea — erano fuori servizio, e i militari israeliani nella zona erano a ranghi particolarmente ridotti.

Tutto questo naturalmente non riduce, né tantomeno cancella, le responsabilità da parte della dirigenza palestinese per quanto accaduto, ma aiuta a vedere quegli eventi in un contesto più ponderato. Rimane al lettore il compito di documentarsi su tanti altri argomenti (ad esempio, l’utilizzo di scudi umani) che sono finora stati presentati a senso unico da parte dei megafoni della propaganda sionista, mentre quasi sempre si tratta di accuse che calzano perfettamente anche a parti invertite (suggerimento: fare ricerche sul “mosquito protocol“).

Nello stesso tempo però tutti i fatti esaminati esaltano la responsabilità collettiva della popolazione israeliana, che in una percentuale irragionevolmente alta invece di dissociarsi dalle azioni del proprio governo, pur conoscendo oramai tutti i retroscena, le sostiene e le incentiva.

Auspico che chi è a conoscenza di questi dettagli e, almeno a grandi linee, della storia che a partire dagli albori del sionismo ci ha condotti fino a qui, riesca ora a comprendere perché chi non considera il 7 ottobre un giorno come gli altri possiede una visione razzista della storia. Chi riconosce ad ogni uomo, ad ogni donna, ad ogni bambino la stessa dignità e gli stessi diritti di ogni altro uomo, donna o bambino, dovrebbe vedere solo una interminabile serie di massacri, tutti da condannare (o al limite giustificare, per chi fosse così cinico da trovarci qualcosa di giusto) in maniera equanime. In caso contrario, inevitabilmente entrerebbero in gioco pregiudizi e discriminazioni basati sull’etnia, sulla cultura, sulla religione. Ovvero la sostanza di cui è composto il razzismo.

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