
È ben noto l’aneddoto secondo cui, se butti una rana in una pentola d’acqua bollente, questa si salverà saltandone fuori immediatamente, mentre se la deponi nell’acqua fredda portandola poi gradualmente a bollore si lascerà cuocere senza reagire.
Ebbene, è a questa seconda ipotesi che penso ogni volta che sento parlare di “transizione climatica”, e soprattutto quando ne sento parlare come un traguardo da raggiungere o un obiettivo per cui impegnarsi. Il problema di questa locuzione è che la sua definizione è alquanto vaga e c’è dentro un po’ di tutto. Da una parte essa ricomprende ciò che più propriamente si può definire “transizione energetica”, ovvero l’insieme degli sforzi orientati a ridurre le emissioni di gas serra. E qui c’è già il primo problema: come sappiamo, una semplice riduzione di queste emissioni non farà altro che posticipare un po’, senza poterlo evitare, il collasso della civiltà umana (e, forse, dell’intera biosfera).
Poiché questo primo aspetto è così inconsistente, viene subito il sospetto che ci sia sotto qualcosa, e che il vero significato di “transizione climatica” sia un altro. E questo significato, neppure tanto nascosto, è la necessità di adattarsi al cambiamento. In sostanza il messaggio è: pur con tutti i nostri sforzi, il clima sta mutando, e non ci rimane altro che farcelo andare bene così com’è senza lamentarci troppo. Ma attenzione, perché chi segue la strategia della rana, della rana farà anche la fine.
Proprio all’inizio di quest’anno abbiamo deplorato il fatto che si stessero prospettando, come poi effettivamente è avvenuto, nuove guerre per il controllo delle risorse petrolifere. Il che non è molto diverso da una lotta all’ultimo sangue per conquistare la corda con cui il vincitore alla fine si impiccherà. Questo potrebbe già sembrare il culmine dell’assurdo, ma non è così. Negli ultimi mesi è esplosa una nuova tendenza: occupare ettari di suolo e consumare quantità esorbitanti di energia e di acqua per sostenere un esponenziale sviluppo dei datacenter dedicati all’intelligenza artificiale, l’utilizzo della quale ha come principale effetto – certificato da autorevoli studi universitari – quello di rincoglionire ulteriormente una popolazione già di per sé in larga misura imbelle.
In un mondo dotato ancora di un barlume di speranza, l’intelligenza artificiale già disponibile verrebbe interamente dedicata a sviluppare tecnologie efficaci per la cattura e il sequestro dell’anidride carbonica, e quegli ettari di suolo, quell’energia e quell’acqua verrebbero utilizzati per costruire e alimentare i relativi impianti, che rappresenterebbero l’unica speranza concreta di invertire l’altrimenti inarrestabile marcia del surriscaldamento planetario.
Tuttavia nel mondo reale le prospettive non sono così rosee. Una possibilità, che abbiamo già auspicato, ma che ancora non risulta particolarmente realistica, è che l’intelligenza artificiale in un modo o nell’altro riesca ad esautorarci e a prendere il controllo della situazione, impedendoci così di commettere ulteriori cazzate. Ma lo scenario più probabile è invece quello in cui di pari passo con il consumo spropositato di risorse per scopi futili, la nostra inettitudine aumenterà proporzionalmente, non lasciandoci altra possibilità che quella di cuocere nel nostro brodo.





