
È ben noto l’aneddoto secondo cui, se butti una rana in una pentola d’acqua bollente, questa si salverà saltandone fuori immediatamente, mentre se la deponi nell’acqua fredda portandola poi gradualmente a bollore si lascerà cuocere senza reagire.
Ebbene, è a questa seconda ipotesi che penso ogni volta che sento parlare di “transizione climatica”, e soprattutto quando ne sento parlare come un traguardo da raggiungere o un obiettivo per cui impegnarsi. Il problema di questa locuzione è che la sua definizione è alquanto vaga e c’è dentro un po’ di tutto. Da una parte essa ricomprende ciò che più propriamente si può definire “transizione energetica”, ovvero l’insieme degli sforzi orientati a ridurre le emissioni di gas serra. E qui c’è già il primo problema: come sappiamo, una semplice riduzione di queste emissioni non farà altro che posticipare un po’, senza poterlo evitare, il collasso della civiltà umana (e, forse, dell’intera biosfera).








